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il 2007-06-28 19:01:00.0 alle 2007-06-28 19:01:00.0
puffanella storna
Nell forum il silenzio era già alto. Sussurravano i gazzi del Rio Salto.
I trolloni normanni alle lor poste
frangean le palle con rumor di croste.
Là in fondo la puffana era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
fra i capelli avea dello sciacquon le spruzze
ancora, e le punte nelle zinne aguzze.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
« O puffanella, puffana storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un troll giovinetto;
il primo d'otto tra cico, mifan e mogli;
e la sua mano non tocco' mai gazzi spogli.
Tu che ti senti ai fianchi cellulite,
tu dai retta alla sua vecchia artrite.
Tu c'hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla».
Puffana volgea le scarne tete
verso mia madre, che dicea più quiete:
« O puffanella, puffanella storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu trombavi forte!
Con lui c'eri tu sola e la sua morte
O nata in selve tra l'ondate e il vento,
tu tenesti nel chiul il monumento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la vietta,
perché facesse in pace la pugnetta. . . »
Le scarne piatte zinne ch'eran accanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
«O puffanella, puffanella storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dove' pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l'eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole».
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l'abbraccio' su la criniera.
« O puffanella, puffanella storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona . . . Ma lavorar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come».
Ora, i trollazzi non frangean le balle:
dormian sognando la cacca nelle stalle.
La palle non battean con post vuoti:
dormian sognando gazzi lunghi e noti.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un peto.