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    Infibulazione
    Sotto il nome generico di infibulazione, vengono spesso raccolte tutte le mutilazioni a carico dei genitali femminili, praticate in 28 paesi dell'Africa sub-sahariana, per motivi non terapeutici,che ledono fortemente la salute psichica e fisica delle bambine e donne che ne sono sottoposte. L'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha distinto le mutilazioni in 4 tipi differenti a seconda della gravità per il soggetto:

    1. Circoncisione o infibulazione as sunnah: si limita alla scrittura della punta del clitoride con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche
    2. Escissione al uasat: asportazione del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra
    3. Infibulazione o circoncisione faraonica o sudanese: asportazione del clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell'urina e del sangue mestruale.

    Nel quarto tipo sono inclusi una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

    Queste pratiche sono eseguite in età differenti a seconda della tradizione: per esempio nel sud della Nigeria si praticano sulle neonate, in Uganda sulle adolescenti, in Somalia sulle bambine.

    Ovviamente, mentre la prima è puramente simbolica e non comporta quasi nessuna conseguenza, le altre e soprattutto la terza ledono gravamente sia la vita sessuale sia la salute delle donne, ed è contro quest'ultima che si adoperano i movimenti per l'emancipazione femminile, soprattutto in Africa.

    Ed è agghiacciante vedere come ancora succedano queste cose nel 2007.
    Dal Corriere della Sera:

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    La madre aveva pagato l'equivalente di 8 euro per l'operazione
    Egitto, 12enne muore per escissione clitoride
    La mutilazione genitale femminile è ufficialmente vietata in Egitto dal 1997, ma viene tuttora praticata sulla maggioranza delle ragazze

    CAIRO - Una ragazzina egiziana di dodici anni è morta durante un'operazione d'escissione del clitoride a Minya, nell'Egitto meridionale. Lo riferisce il quotidiano egiziano El Masri El Yom. La giovane era stata portata dalla madre in uno studio medico privato per essere sottoposta alla mutilazione genitale, operazione ufficialmente vietata in Egitto, ma che viene praticata sulla maggioranza delle ragazze. Secondo il quotidiano, la giovane sarebbe morta prima del suo trasferimento all'ospedale locale. La madre, che ha pagato l'equivalente di 8 euro per l'operazione, ha accusato di negligenza la dottoressa, sostenendo che la morte della figlia è stato causato dall'anestesia e non dall'asportazione del clitoride. Le due donne sono state fermate dalla polizia.

    «ORGANI TROPPO SPORGENTI» - Un portavoce del sindacato dei medici, e uno dei dirigenti dei Fratelli musulmani, Essam al-Aryan, hanno difeso la pratica dell'escissione, accusando le Ong, che la combattono, di puntare solo a finanziamenti dall'estero. «Lavoriamo nel quadro della legge che stabilisce la legittimità dell'escissione nel caso in cui gli organi genitali femminili siano troppo sporgenti» ha detto al quotidiano El-Aryan un dirigente della confraternita islamica. Ufficialmente vietata in Egitto dal 1997 l'escissione, che risale al tempo dei faraoni, nel 2000 è stata praticata sul 97% delle ragazze egiziane, sia cristiane che musulmane.

    24 giugno 2007
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      il 2007-07-11 08:18:00.0 alle 2007-07-11 08:18:00.0
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      Re: Infibulazione
      Infibulazione e cultura

      Nel cristianesimo le mutilazioni, anche quelle autoinflitte, sono considerate un peccato contro la santità del corpo e sono quindi proibite. Diversamente se l'autolesionismo è legato alla punizione per i propri peccati; esempio palese i flagellantes medioevali.

      Le origini delle mutilazioni sessuali femminili sono legate a tradizioni dell’antico Egitto (da qui il nome di infibulazione faraonica).

      L’infibulazione e l’escissione del clitoride non sono menzionate dal Corano. Alcuni islamici sostengono invece che tale pratica sia prescritta in alcune ahadith del profeta Maometto, che disse ad un’operatrice che stava per praticare l'intervento ad una bambina, "taglia ma non distruggere", ma non c'è prova di ciò perché l'infibulazione ha origini molto più antiche.

      Il padre del Kenya moderno, Yomo Keniatta, difese l'infibulazione come una pratica culturale importante.

      Il presidente Thomas Sankara mise al bando con una legge nel 1985 l'escissione e l'infibulazione in Burkina Faso.

      Effetti dell'infibulazione

      I rapporti sessuali, attraverso questa pratica, vengono impossibilitati fino alla defibulazione (cioè alla scucitura della vulva), che in queste culture, viene effettuata direttamente dallo sposo prima della consumazione del matrimonio. Dopo ogni parto viene effettuata una nuova infibulazione per ripristinare la situazione prematrimoniale. La pratica dell'infibulazione faraonica ha lo scopo di conservare e di indicare la verginità al futuro sposo e di rendere la donna una specie di oggetto sessuale incapace di provare piacere nel sesso con il coniuge.

      Le conseguenze per la donna sono tragiche, in quanto perde gran parte del piacere sessuale a causa della rimozione del clitoride e i rapporti diventano dolorosi e abbastanza difficoltosi, spesso insorgono cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali.

      La tutela penale della donna

      Con la legge 9 gennaio 2006, n. 7 il Parlamento italiano ha provveduto a tutelare la donna dalle pratiche di mutilazione genitale femminile. Al codice penale è aggiunto l'art. 583 bis che punisce con la reclusione da quattro a dodici anni chi, senza esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Per mutilazione il legislatore intende, oltre alla infibulazione, anche la clitoridectomia, la escissione o comunque (norma di chiusura) qualsiasi pratica che cagioni effetti dello stesso tipo.

      L'esercente la professione sanitaria resosi colpevole del fatto sottostà altresì alla pena accessoria l'interdizione dall'esercizio della professione da tre a dieci anni.

      In Eritrea dal 31 marzo 2007 praticare l'infibulazione è reato e per i trasgressori sono previste multe e la carcerazione a seconda della gravità del reato. Unione delle Donne Eritree stima che il 90% delle donne siano state soggette a infibulazione e che nel continente africano almeno tre milioni di bambine subiscano la pratica ogni anno.


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      Sempre dal Corriere della Sera in data 06 aprile 2007

      La decisione del governo: multe e prigione
      Mutilazioni sessuali vietate in Eritrea

      Almeno il 90 per cento delle donne sottoposta al barbaro intervento

      NAIROBI - Il governo eritreo ha deciso di proibire la mutilazione genitale femminile. I contravventori andranno incontro a multe ed anche alla prigione. Lo rende noto oggi un comunicato del ministero dell'Informazione dell'Asmara di cui riferisce la Bbc on line. La misura è retroattiva, essendo entrata in vigore - precisa la nota - il 31 marzo scorso. In essa si sottolinea che tale tipo di intervento oltre ad essere pratica intollerabile può produrre gravi danni alla salute.

      Secondo l'Unione delle Donne Eritree almeno il 90 per cento delle donne è sottoposta a tale barbaro intervento. Che peraltro è praticato ancora su circa tre milioni di bimbe l'anno, ed a cui si valuta siano state costrette almeno 140 milioni di donne, sia musulmane che cristiane.

      «La mutilazione femminile è una procedura che mette a serio rischio la salute delle donne, causa loro gran dolore e sofferenze, oltre a minacciare la loro vita», si legge nel comunicato del governo.
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      il 2007-07-11 08:20:00.0 alle 2007-07-11 08:20:00.0
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      Re: Infibulazione
      Il dramma dell'infibulazione - In Italia il primato europeo di mutilazioni sessuali

      di Magdi Allam - La Repubblica, 12 febbraio 2000

      Roma - L'Italia è ormai il primo paese in Europa per il più alto numero di donne infibulate. Tra le 20 e le 30 mila donne immigrate hanno subito una mutilazione genitale e circa 5 mila bambine rischiano la stessa sorte. Per la prima volta dei medici italiani stanno per pubblicare uno studio scientifico sulla loro esperienza con le donne mutilate. Aldo Morrone, responsabile del Servizio di medicina preventiva delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale dell'ospedale San Gallicano di Roma, anticipa a Repubblica i risultati della ricerca:

      «La mutilazione genitale femminile è stata una sorpresa per la classe medica italiana. Quando agli inizi degli anni Ottanta abbiamo osservato i primi casi, per la verit? non conoscevamo questa pratica. Il motivo per cui queste donne venivano da noi non era tanto la mutilazione genitale ma perché affette da malattie veneree. Mi colpì il primo caso di una donna somala che aveva avuto un'infibulazione completa. Le chiesi di poter fare una fotografia della lesione e la signora rispose che non c'era alcun problema, per lei era perfettamente normale essere infibulata, per lei quello era il suo stato naturale. Allora capii l'importanza di curare gli aspetti culturali e psicologici».

      Dottor Morrone, come è nato questo primo rapporto scientifico sulle donne infibulate residenti in Italia?

      «Noi siamo partiti da un'analisi oggettiva che è la presenza di donne infibulate nella nostra casistica che va dal primo gennaio dell'85 al 31 dicembre del '99. Questa casistica è composta da oltre 35 mila persone straniere visitate, di cui più di un terzo sono donne. In Italia le donne originarie dei paesi africani dove vengono praticate le mutilazioni genitali femminili sono circa 41 mila. Sono stati 147 i casi di donne immigrate che abbiamo seguito clinicamente e che avevano richiesto il nostro intervento per lesioni di natura genitale».

      Sulla base della sua esperienza come specialista in dermatologia e venereologia come valuta la pratica dell'infibulazione?

      «In effetti dal nostro punto di vista la situazione è drammatica perché l'infibulazione viene fatta in condizioni di assoluta mancanza di igiene. È chiaro che ci troviamo ad avere a che fare con degli effetti collaterali molto gravi. A mio avviso la componente medica è certamente importante, cioè bisogna che i ginecologi e i medici di famiglia conoscano il problema. Ma l'unica maniera per risolverlo è di intervenire a livello culturale in modo da garantire una continuit? della cultura di queste persone pur modificando la pratica dell'infibulazione, abolendola, sostituendola con un'altra pratica. Ad esempio, avviene soprattutto nel Ghana, si fa una festa simbolica in cui si simboleggia la mutilazione genitale senza eseguirla realmente».

      Nel vostro caso l'approccio transculturale ha portato a dei risultati?

      «Dal '92-'93 sono emerse due novit?. La prima è stata l'arrivo nel nostro centro di donne che volevano far infibulare le proprie figlie. Lì è stato un problema accoglierle con la solita attenzione e dignit?, pur spiegando loro che noi non eseguiamo le infibulazioni perché riteniamo che non è corretto mutilare il corpo delle bambine. Non ci siamo limitati a ciò, abbiamo cercato di convincerle a cambiare atteggiamento, a trovare un altro modo. Nella gran parte dei casi ci siamo riusciti. È proprio perché c'è una grande fiducia che sono arrivate a chiederci di far infibulare le figlie. Noi non le abbiamo mai denunciate, ma abbiamo cercato di accogliere questa loro istanza modificandola nel tempo. La seconda novit? è stata l'arrivo in Italia di bambine somale infibulate e adottate da famiglie italiane, soprattutto a seguito dell'operazione "Restore Hope". All'epoca avevano grossi problemi con la prima mestruazione. Le bambine non ricordavano di essere state infibulate. E i genitori adottivi hanno fatto mille giri prima di arrivare a capire che si trattava di un effetto collaterale dovuto all'ostruzione di cheloidi, di cicatrici. All'inizio è stato vissuto in modo traumatico. I genitori italiani non sapevano neanche dell'esistenza dell'infibulazione. In alcuni casi questo trauma è perdurato perché si è trattato di situazioni con necessit? di intervento chirurgico per deinfibulare, eliminare queste forme di cicatrizzazioni e ricostruire con la chirurgia plastica tenendo conto anche dell'et? perché se c'è un'ulteriore fase di sviluppo bisogna poi reintervenire. Comunque dopo il trauma iniziale i genitori italiani sono stati particolarmente vicini alle bambine somale adottive».

      Sono stati presentati tre progetti di legge in Parlamento contro la pratica dell'infibulazione. Lei come li valuta?

      «A nostro parere non è sufficiente fare una legge contro l'infibulazione ma è necessario che si crei una cultura del corpo, di un nuovo modo di entrare nella comunità che non sia quello della mutilazione genitale femminile. La criminalizzazione dell'infibulazione sarebbe l'errore più grave perché porterebbe a un mercato clandestino dell'infibulazione».

      Cosa si fa concretamente in Italia per porre fine alla pratica dell'infibulazione?

      «Direi che dell'infibulazione se ne parla tanto allo stesso modo di quanto non si fa nulla. Immaginate che fatichiamo a tener aperto questo nostro servizio pubblico perché l'amministrazione non ci concede neppure un assistente. Ciò succede perché purtroppo se si attua o meno la legge sull'assistenza sanitaria agli stranieri non interessa a nessuno. La verità è che in Italia si dice sì alla carità e all'elemosina ma no al diritto uguale per tutti».


      «A 10 anni volevo operarmi come tutte le mie amiche» - Fatima, 36 anni: ho sofferto per anni

      Roma (m.a.) - «Mia madre non voleva che venissi infibulata, lei aveva sofferto tanto, ma a all'et? di dieci anni io non capivo. Ogni giorno piangevo, mi rifiutavo di mangiare, mi ero barricata in casa, non volevo più parlare con nessuno, urlavo in continuazione: "Ti prego mamma fammela fare, voglio essere come tutte le altre mie amiche". Mi sentivo male quando stavo in mezzo alle mie compagne di gioco. Mi prendevano in giro e mi insultavano: "Ma come, sei grande, hai dieci anni e non hai ancora fatto l'infibulazione. Tu non sei una musulmana, sei una cristiana. Sei una puttana. Sei tutta aperta, bisogna chiudere. Una ragazza per bene deve essere infibulata". Ero disperata perché ero diversa dalle mie amiche che sghignazzando mi provocavano: "Se non sei una puttana, facci vedere che sei cucita, ma se sei aperta vuol dire che sei una puttana"».

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        Re: Infibulazione
        Fatima Mahamad Abdulleh, nata 36 anni fa a Mogadiscio, ricorda così come avvenne la sua mutilazione genitale completa che in Somalia chiamano gudniinka. Oggi è cittadina italiana, si è sposata nel '95 con l'architetto italiano Fabrizio Carola, presidente dell'associazione Nea (Napoli-Europa-Africa).

        Confessa il trauma interno vissuto al momento del matrimonio: «Quando mi sono sposata non mi piaceva fare l'amore, non è che sono insensibile ma avevo paura, paura di provare dolore. È logico, se sono tutta chiusa come può avvenire la penetrazione? Quando arrivai in Italia le ragazze della mia et? si divertivano, per loro avere rapporti sessuali non era una preoccupazione ma un piacere, mentre io li vivevo come un incubo. Quando domandavo alle ragazze somale sposate: "Come è andata con tuo marito?", loro mi rispondevano: "È andata male, molto male, abbiamo sofferto tanto, abbiamo provato dolore dappertutto fino alla testa, mamma mia quanto abbiamo sofferto!". Ecco perché io non volevo avere rapporti sessuali. Ed è allora che mi sono domandata: perché mi sono fatta infibulare?" Se non fossi infibulata tutto sarebbe stato più facile, il sesso, il parto, avere figli non sarebbe stato un problema». Dopo il matrimonio Fatima ha subito due interventi per farsi deinfibulare, ora gode di un'attività sessuale soddisfacente, vuole avere figli ma giura che mai e poi mai farebbe infibulare la propria figlia.
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