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    il 2007-09-14 12:00:00.0 alle 2007-09-14 12:00:00.0
    Dal libro : Lettera aperta al cardinal R
    Avevo quindici anni e poche paure quando persi la verginità. Ricordo che lui mi piaceva e provavo la nettissima sensazione che io non piacessi a lui. Oggi, se ci penso, mi dico che evidentemente dovevo piacergli se aveva scelto di andare a letto con me. A scuola non si faceva altro che parlare della "prima volta", tutte ave­vamo la smania di sapere come fosse, che cosa ci avrebbe regalato o, in qualche caso, rubato.

    Alcune sapevano benissimo di cosa si trattasse, l'avevano già fatto, ma non ne parlavano, non stava bene.
    Così un giorno presi il motorino e, invece di percorrere il solito tragitto da casa a scuola, svoltai qualche strada più avanti e mi ritrovai sotto casa sua.
    Quando mi penetrò non mi sentii diversa né mi sembrò di aver perso alcunché. Piuttosto mi ero liberata di un peso enorme, volevo oltrepassare il primo check-point per avere poi via libera. La prima prova, la più crudele e la più dura, non funzionò come doveva funzionare e tutti i sogni e i desideri che avevo furono ammazzati uno a uno. Rimasi così denudata di ogni speranza, spogliata dalla mancanza, di rispetto e dalla sua derisione. E per di più, avevo il foltissimo dubbio di essere rimasta incinta.
    La persona a cui più di tutte avrei dovuto raccontarlo era mia madre, con la quale ho sempre condiviso ogni cosa, che mi ha sempre incoraggiata nel mio cammino, che non mi ha mai vietato niente e nemmeno criticata per le mie scelte.
    Ma la prima cosa che lei avrebbe fatto sarebbe stata andare difilato a casa sua e spaccargli la faccia. Raccontarlo a mia madre era rischioso, per la vita di lui.
    Così andai da mia zia e le dissi di quanto mi era parso brutto quel sesso che tutti osannavano, quanto arido e quanto insignificante fosse.
    Le dissi inoltre che mi ero pentita, che l'avevo voluto fare per soddisfare la mia curiosità e le mie voglie adolescenziali. Lei, oltre a darmi un pacchetto di preservativi, mi rispose: «A zia, sai come si dice? Futtifutti ca Dio perdona a tutti».
    Quel famoso Dio che mi aveva accompagnato durante l'infanzia, che sentivo come un peso ovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, era improvvisamente scomparso durante i miei dodici anni, quando mi resi conto di non aver alcun bisogno di credere in qualcosa di superiore e divino, che mi bastava credere nella vita e nelle persone che mi circondavano e mi amavano di un amore terreno.
    Sentivo Dio persino in quelle voci di paese che additavano e demonizzavano le ragazze mie coetanee che conducevano una vita libera e libertina, vedevo Dio negli occhi strizzati della panettiera mentre entravo nel suo negozio mano nella mano con un ragazzo. Vedevo Dio nello sguardo morboso del barista che indugiava sulle cosce poco scoperte dalla gonna.
    Dio era amore ma era anche disprezzo, un disprezzo che non sono riuscita a strapparmi dalla pelle tanto facilmente. E a questo che si aspira, cardinale Ruini? Farci sentire colpevoli
    davanti alla società terrena e a quella divina solo perché abbiamo assecondato i nostri desideri?
    E se la frase di mia zia non suonò proprio come una formula magica che mi fece dimenticare di essere guardata a vista da Dio e dai suoi adepti, non posso certo negare che mi fornì un'indicazione importante: fregarmene di quello che gli altri avrebbero detto.
    Non fu certo facile, non fu certo improvviso.
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      il 2007-09-14 12:02:00.0 alle 2007-09-14 12:02:00.0
      2.....
      La mia è una storia forse particolare, una storia in cui qualcuno potrebbe identificarsi. Una storia che molti considerano disdicevole e scandalosa. Io so soltanto che è una storia, la mia storia.
      Il mio primo anno da non vergine fu contrassegnato da una serie di esperienze sessuali che non definirei proprio comuni, ma nemmeno così rare come a molti piace pensare. Passai dalle braccia di un uomo a quelle di un altro e in meno di un anno feci conoscenza con un'umanità varia, conobbi individui divisi per età, condizione sociale, emotività e intelligenza. Uo­mini per molti aspetti diversi, ma che avevano un denominatore comune: erano tutti bravissimi a farmi sentire poco amata, poco apprezzata e pochissimo rispettata.
      Passai dal sesso di gruppo a quello omosessuale, dal sesso sadomaso al ménage a trois con la facilità con cui si passa dall'antipasto al primo, dal secondo al contorno. Ma non avevo ancora assaggiato il dolce, mi era stato negato. In un anno non raggiunsi alcun tipo di piacere, né mentale né fisico, e solo più avanti nei mesi e negli anni capii perché: nessuno era riuscito a coinvolgermi nella festa emotiva e ormonale alla quale partecipava. Era come se si tenessero il piacere tutto per loro, come se non volessero condividerne nemmeno una fetta, una misera fetta di torta. E questo distacco io lo sentivo, cardinale Ruini, e lo sentivano pure loro e lo interpretavano come frigidità e cupa sottomissione.
      Uno o due amanti, che non amavo e che non mi amavano, riuscirono tuttavia a farmi provare le gioie del sesso. Fu davvero una bella scoperta.
      Ero convinta, infatti, che il sesso potesse essere piacevole solo quando di mezzo ci fosse stato l'amore. Nessuno poteva togliermi dalla testa che quelle avventure che avevo avuto erano risultate così poco gratificanti perché prive di sentimento e di amore, o innamoramento.
      Ero anche convinta che fossero state le espe­rienze forti a precludermi qualsiasi tipo di piacere.
      Solo dopo mi resi conto che non erano le esperienze estreme a rendermi triste, che non era il sesso ad essere sbagliato. Erano quegli uomini che avevo incontrato che mi intristiva­no e mi facevano sembrare tutto dannatamente sbagliato.
      Così, il sesso senza amore fatto con le persone giuste risultò essere una bella cosa, perché pur non essendoci alcuno scambio affettivo vi era senza dubbio uno scambio emozionale che mi faceva vedere tutto sotto un'altra luce. Basta che ci sia il rispetto e la voglia di condividere il proprio piacere con l'altro, e il sesso diventa una cosa meravigliosa. Ma la scoperta non era ancora finita. Dal sesso arido e meccanico passai al sesso felice e spensierato per poi approdare al sesso fatto con amore e sentimento. Le sorprese non finivano mai.
      Ricordo che la prima volta che feci l'amore non potei evitare di piangere. Era un'emozione troppo forte, una specie di terremoto che commuoveva ogni singola parte del mio corpo, ogni cellula, ogni nervo cerebrale.
      Dire «ti amo» mentre facevo sesso era una cosa che non mi era mai accaduta; e quando capitò, le assicuro che l'esperienza fu a dir poco celestiale: un vero e proprio passaggio spirituale, come se la mia anima avesse abbandonato il mio corpo e fosse volata oltre le nuvole, oltre il ciclo e oltre lo spazio, in un luogo di cui non vorrei parlarle, perché se lo facessi sono sicura che le metterei addosso la voglia di provare quello che l'amore di due esseri che si uniscono nello stesso corpo, nella stessa carne, è capace di creare.
      Questo percorso sessuale incerto e per certi versi traumatico mi ha portata a diventare un essere umano adulto, mi ha completata laddo­ve avevo delle lacune, mi ha, in definitiva, aiutata a crescere.
      So che probabilmente lei non è d'accordo con tutto questo, cardinal Ruini, ma sono convinta che se per un attimo cercasse di dimenticare di essere un uomo di Chiesa che deve far rispettare certi dogmi, potrebbe capire meglio le mie ragioni.
      Ho visto la mia iniziazione sessuale come un'iniziazione alla vita. Ha presente quelle civiltà preistoriche nelle quali un ragazzo o una ragazza in età puberale dovevano compiere imprese molto più grandi di loro, in modo da conoscere subito il dolore e la sofferenza ed entrare così dritti nell'età adulta?
      Oggi, naturalmente, non è più possibile esplorare la foresta in cerca di leoni da uccidere e di cui indossare la pelle per mostrarla al villaggio. Oggi i riti di iniziazione sono altri, e il sesso è uno di questi.
      Il sesso fa conoscere le bellezze e le brutture della vita, indistintamente. Il sesso è l'atto più intimo fra due persone che si concedono l'una all'altra mostrando di sé ora i lati positivi, ora quelli negativi.
      Se non avessi vissuto l'amarezza che alcune esperienze sessuali mi hanno dato, oggi non sarei quella che sono, non sarei cresciuta con la convinzione che la vita ha due anime, una felice e una infelice, non avrei saputo che dentro ogni essere umano si nascondono dei lati marci e putridi e dei lati limpidi e meravigliosi. Il sesso mi ha insegnato che cos'è la vita, mi ha detto come avrei dovuto affrontarla: non abbassare mai la cresta, continuare anche quando va tutto storto, essere determinata a inseguire sempre lo scopo che ti sei prefissa. E cercare, cercare, finché non avrai trovato quello che cercavi.
      Anche Gesù lo diceva, no? Alla felicità si arriva anche attraverso il dolore.
      Fino a qualche anno fa, la verginità era un valore morale da custodire gelosamente. Era una cosa di cui andare fieri, e questo valeva soprattutto per le donne.
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        il 2007-09-14 12:08:00.0 alle 2007-09-14 12:08:00.0
        3.....
        Mi ricordo lo sconcerto di quando venni a sapere che fino a non molti anni fa, a Catania, c'era l'usanza di stendere il lenzuolo sporco di sangue sul davanzale della finestra dei neosposi. Quel lenzuolo era il simbolo dell'onore della famiglia e della donna perché, se fosse rimasto bianco e immacolato, la donna sarebbe stata ripudiata e la famiglia allontanata dalla società. Il mattino successivo alla prima notte di nozze, i paesani attendevano a bocca aperta davanti alla finestra, e quando il lenzuolo sporco di sangue svolazzava davanti agli occhi di tutti si alzavano applausi e tripudi. L'onore era salvo.
        Un bell'affresco folkloristico, non c'è che dire. Se non fosse per la mancanza di rispetto nei confronti della donna e della sua intimità, non mi dispiacerebbe che fosse ancora in uso. Solo la donna, infatti, doveva fornire le prove inconfutabili della sua verginità fino al matrimonio. E l'uomo? Come poteva dimostrare l'uomo di essere vergine e casto? Non lo dimostrava, l'uomo non ha mai avuto bisogno di dimostrare la sua purezza e anzi, se lo facesse, verrebbe probabilmente preso in giro.
        Mentre le donne facevano sventolare macabre lenzuola al sole, gli uomini consumavano la prima volta nei bordelli, «che con le prostitute si può fare ciò che si vuole, ma con le brave ragazze no, devono rimanere illibate». Che pensiero bestiale, non trova?
        Non so perché, ma quando leggo nel Catechismo che bisogna rimanere casti e puri, il mio
        pensiero si rivolge per primo alle donne. Sarà perché sono donna, o forse perché ho gli occhi abbastanza aperti, mi sembra che la donna sia sempre stata e continui ad essere il tempio della verginità: il pensiero comune, oggi piuttosto celato, è che una vergine è sempre migliore di una donna che vive la sua sessualità liberamente e con molta gioia.
        Pare che però negli ultimi tempi le cose siano cambiate. Parlando oggi con le amiche di mia sorella, che non hanno più di tredici anni, scopro la loro vergogna quando ammettono di essere ancora vergini. Si è passati da un estremo all'altro, ignorando del tutto ciò che sta in mezzo. Si sentono criticate dalle compagne più grandi e dai ragazzi che vorrebbero che loro si concedessero, e per non sentirsi piccole e derise accettano con determinazione di perdere la verginità. A quanto pare, il conformismo si applica persino in questioni assolutamente personali e naturali come il sesso.
        Io vorrei tanto che facessero sesso perché vogliono, non perché devono. Il sesso è un puro fatto di desideri. Creare desideri fittizi è altrettanto sbagliato quanto reprimerli, secondo me. Quindi basta con le imposizioni e con il dichiarare cosa è giusto e cosa è sbagliato: che le donne e gli uomini siano liberi di decidere se concedersi o non concedersi, se donare o non donare. Reprimere i famigerati ormoni adolescenziali non fa altro che accrescere la curiosità, e il sesso perde tutta la sua bellezza e tutta la sua purezza acquistando piuttosto morbosità. E per questo che ogni volta che il sesso viene citato in un film, in un libro o in una semplice conversazione ci sarà sempre qualcuno che userà gli aggettivi "scandaloso", "trasgressivo" o, peggio, "immorale".
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          Non Autenticato
          il 2007-09-14 12:14:00.0 alle 2007-09-14 12:14:00.0
          Re: 4....
          Per masturbazione si deve intendere l'eccitazione volontaria degli organi genitali, alfine di trame un piacere venereo. «Sia il Magistero della Chiesa - nella linea di una tradizione costante - sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato». «Qualunque ne sia il motivo, l'uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice essenzial­mente la sua finalità». Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della «relazione sessuale richiesta dall'ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana» {Catechismo della Chiesa Cattolica, 2352],
          Ci fu un tempo in cui i parroci di paese dicevano che la masturbazione facesse diventare ciechi. Poi arrivò la scienza a dimostrare che la masturbazione non metteva a rischio la vista di quei milioni di uomini e donne che praticavano l'autoerotismo e lo praticano tuttora.
          Oggi, caro Ruini, la Chiesa continua a dire che la masturbazione è un atto intrinsecamente disordinato, che è ben diverso dal dire che la masturbazione è immorale o sbagliata. Non è raro che la Chiesa dia giudizi etici per quel che riguarda le azioni umane, tanto più se queste investono il piano sessuale-sentimentale, e questa è una cosa a cui mi sono abituata senza troppe illusioni su un cambiamento che forse non avverrà mai. Ma dire che la masturbazione è disordinata è come dire che chi la pratica è psicologicamente instabile, è come se si tentasse di dare una spiegazione scientifica. Voi siete i medici delle anime: ma i medici del corpo dicono, con prove alla mano, che chi si masturba non è uno squilibrato né un malato. Se così fosse, l'intera umanità sarebbe squilibrata e malata.
          Quello che penso, e che ho sempre pensato, è che la masturbazione sia un atto d'amore verso me stessa. Fare sesso o fare l'amore mi ha permesso di donare e di scambiare sentimenti e piacere con un'altra persona. Ma masturbarmi mi ha permesso di esprimere un amore particolare verso me stessa, che talvolta ho bisogno di amarmi e di volermi bene.
          Non posso credere, cardinale Ruini, che qualsiasi forma di sessualità che esclude la procreazione venga vista come immorale e disordinata, e che il piacere venga visto come il demo­ne della perversione da cui tutti dobbiamo na­sconderei. Mi sembra che l'ideologia cattolica non sia poi tanto diversa dall'ideologia di alcune popolazioni africane che impongono l'infìbulazione alle donne. Vietato provare piacere. Mentre lì le povere donne devono subire una violenza fisica inaccettabile, che consiste nel recidere il clitoride, qui in occidente siamo costrette a subire ricatti morali e violenze psicologiche. Anche la mia liberale madre mi diceva che la masturbazione era un peccato e che, tut­to sommato, faceva schifo.
          Da ragazzina provavo un senso di colpa immenso dopo essermi procurata piacere da sola. Credo che il senso di colpa per la masturbazione riguardi, in una certa fase della propria vita, quasi tutti, e in specie le donne, a prescindere dalle convinzioni religiose e dalle abitudini personali. Nonostante sapessi benissimo che la masturbazione era un gesto normale e naturale, non potevo fare a meno di sentirmi colpevole per quello che avevo appena fatto, anche se non riuscivo a capire dove stesse la colpa. Da quel che ne so, non sono l'unica a mordermi le labbra dopo il piacere autoprodotto. Quando frequentavo la scuola media, non era raro che io e i miei compagni di classe (soprattutto di sesso maschile) parlassimo di masturbazione. Anche loro ammettevano che dopo essersi masturbati si sentivano sporchi e colpevoli, e che l'oggetto che aveva contribuito al piacere (fosse
          esso una fantasia erotica, un film o un'immagi­ne pornografica) diventava subito dopo ridicolo e anch'esso sporco. Per questo le chiedo: è più pericolosa la masturbazione o sono più pericolosi i sensi di colpa che la cultura cattolica ha largamente contribuito a diffondere? È più pericoloso il piacere fine a se stesso, o è più pericolosa la minaccia di una punizione che pende sopra le nostre teste come una spietata spa­da di Damocle?
          Quando con gli amici ammetto di masturbarmi mi capita ancora di cogliere in loro una vena di stupore. Perché diciamolo, caro cardi­nale: fa molto più scandalo che a masturbarsi sia una donna, piuttosto che un uomo. In fondo a molte di noi, senza che riusciamo neanche ad ammetterlo, vive ancora come un corpo estraneo l'idea che la donna sia capace solo di sfornare figli e badare alla famiglia, e debba sot­tomettersi al piacere come se questo non la riguardasse, visto che ha altre cose a cui pensare: accompagnare i figli a scuola e stendere i panni, per esempio.
          Caro cardinale, perché la Chiesa dovrebbe scoraggiare la masturbazione in maniera così violenta? Non potrebbe aiutare gli adolescenti a liberarsi da un senso di colpa opprimente e controproducente? Non potrebbe incorag­giare a vivere l'autoerotismo come un atto di
          amore verso se stessi, come un modo di conoscere il proprio corpo e le proprie sensazioni? Non pensa che saper amare se stessi sia un prerequisito per amare gli altri?
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      ☺
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      il 2007-09-14 12:33:00.0 alle 2007-09-14 12:33:00.0
      Trollate totali: 1152
      Re: Dal libro : Lettera aperta al cardin

      - Scritto da:
      > Avevo quindici anni e poche paure quando persi la
      > verginità. Ricordo che lui mi piaceva e provavo
      > la nettissima sensazione che io non piacessi a
      > lui. Oggi, se ci penso, mi dico che evidentemente
      > dovevo piacergli se aveva scelto di andare a
      > letto con me. A scuola non si faceva altro che
      > parlare della "prima volta", tutte ave­vamo la
      > smania di sapere come fosse, che cosa ci avrebbe
      > regalato o, in qualche caso,
      > rubato.
      >
      > Alcune sapevano benissimo di cosa si trattasse,
      > l'avevano già fatto, ma non ne parlavano, non
      > stava
      > bene.
      > Così un giorno presi il motorino e, invece di
      > percorrere il solito tragitto da casa a scuola,
      > svoltai qualche strada più avanti e mi ritrovai
      > sotto casa
      > sua.
      > Quando mi penetrò non mi sentii diversa né mi
      > sembrò di aver perso alcunché. Piuttosto mi ero
      > liberata di un peso enorme, volevo oltrepassare
      > il primo check-point per avere poi via libera. La
      > prima prova, la più crudele e la più dura, non
      > funzionò come doveva funzionare e tutti i sogni e
      > i desideri che avevo furono ammazzati uno a uno.
      > Rimasi così denudata di ogni speranza, spogliata
      > dalla mancanza, di rispetto e dalla sua
      > derisione. E per di più, avevo il foltissimo
      > dubbio di essere rimasta
      > incinta.
      > La persona a cui più di tutte avrei dovuto
      > raccontarlo era mia madre, con la quale ho sempre
      > condiviso ogni cosa, che mi ha sempre
      > incoraggiata nel mio cammino, che non mi ha mai
      > vietato niente e nemmeno criticata per le mie
      > scelte.
      > Ma la prima cosa che lei avrebbe fatto sarebbe
      > stata andare difilato a casa sua e spaccargli la
      > faccia. Raccontarlo a mia madre era rischioso,
      > per la vita di
      > lui.
      > Così andai da mia zia e le dissi di quanto mi era
      > parso brutto quel sesso che tutti osannavano,
      > quanto arido e quanto insignificante
      > fosse.
      > Le dissi inoltre che mi ero pentita, che l'avevo
      > voluto fare per soddisfare la mia curiosità e le
      > mie voglie adolescenziali. Lei, oltre a darmi un
      > pacchetto di preservativi, mi rispose: «A zia,
      > sai come si dice? Futtifutti ca Dio perdona a
      > tutti».
      > Quel famoso Dio che mi aveva accompagnato durante
      > l'infanzia, che sentivo come un peso ovunque
      > andassi e qualsiasi cosa facessi, era
      > improvvisamente scomparso durante i miei dodici
      > anni, quando mi resi conto di non aver alcun
      > bisogno di credere in qualcosa di superiore e
      > divino, che mi bastava credere nella vita e nelle
      > persone che mi circondavano e mi amavano di un
      > amore
      > terreno.
      > Sentivo Dio persino in quelle voci di paese che
      > additavano e demonizzavano le ragazze mie
      > coetanee che conducevano una vita libera e
      > libertina, vedevo Dio negli occhi strizzati della
      > panettiera mentre entravo nel suo negozio mano
      > nella mano con un ragazzo. Vedevo Dio nello
      > sguardo morboso del barista che indugiava sulle
      > cosce poco scoperte dalla
      > gonna.
      > Dio era amore ma era anche disprezzo, un
      > disprezzo che non sono riuscita a strapparmi
      > dalla pelle tanto facilmente. E a questo che si
      > aspira, cardinale Ruini? Farci sentire
      > colpevoli
      > davanti alla società terrena e a quella divina
      > solo perché abbiamo assecondato i nostri
      > desideri?
      > E se la frase di mia zia non suonò proprio come
      > una formula magica che mi fece dimenticare di
      > essere guardata a vista da Dio e dai suoi adepti,
      > non posso certo negare che mi fornì
      > un'indicazione importante: fregarmene di quello
      > che gli altri avrebbero
      > detto.
      > Non fu certo facile, non fu certo improvviso.

      Davvero un gran bel pezzo. La tipa sa scrivere molto bene.
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        Scritto da
        Non Autenticato
        il 2007-09-14 15:04:00.0 alle 2007-09-14 15:04:00.0
        Re: Dal libro : Lettera aperta al cardin

        - Scritto da: Alphonse Elric
        >
        > - Scritto da:
        > > Avevo quindici anni e poche paure quando persi
        > la
        > > verginità. Ricordo che lui mi piaceva e provavo
        > > la nettissima sensazione che io non piacessi a
        > > lui. Oggi, se ci penso, mi dico che
        > evidentemente
        > > dovevo piacergli se aveva scelto di andare a
        > > letto con me. A scuola non si faceva altro che
        > > parlare della "prima volta", tutte ave­vamo la
        > > smania di sapere come fosse, che cosa ci avrebbe
        > > regalato o, in qualche caso,
        > > rubato.
        > >
        > > Alcune sapevano benissimo di cosa si trattasse,
        > > l'avevano già fatto, ma non ne parlavano, non
        > > stava
        > > bene.
        > > Così un giorno presi il motorino e, invece di
        > > percorrere il solito tragitto da casa a scuola,
        > > svoltai qualche strada più avanti e mi ritrovai
        > > sotto casa
        > > sua.
        > > Quando mi penetrò non mi sentii diversa né mi
        > > sembrò di aver perso alcunché. Piuttosto mi ero
        > > liberata di un peso enorme, volevo oltrepassare
        > > il primo check-point per avere poi via libera.
        > La
        > > prima prova, la più crudele e la più dura, non
        > > funzionò come doveva funzionare e tutti i sogni
        > e
        > > i desideri che avevo furono ammazzati uno a uno.
        > > Rimasi così denudata di ogni speranza, spogliata
        > > dalla mancanza, di rispetto e dalla sua
        > > derisione. E per di più, avevo il foltissimo
        > > dubbio di essere rimasta
        > > incinta.
        > > La persona a cui più di tutte avrei dovuto
        > > raccontarlo era mia madre, con la quale ho
        > sempre
        > > condiviso ogni cosa, che mi ha sempre
        > > incoraggiata nel mio cammino, che non mi ha mai
        > > vietato niente e nemmeno criticata per le mie
        > > scelte.
        > > Ma la prima cosa che lei avrebbe fatto sarebbe
        > > stata andare difilato a casa sua e spaccargli la
        > > faccia. Raccontarlo a mia madre era rischioso,
        > > per la vita di
        > > lui.
        > > Così andai da mia zia e le dissi di quanto mi
        > era
        > > parso brutto quel sesso che tutti osannavano,
        > > quanto arido e quanto insignificante
        > > fosse.
        > > Le dissi inoltre che mi ero pentita, che l'avevo
        > > voluto fare per soddisfare la mia curiosità e le
        > > mie voglie adolescenziali. Lei, oltre a darmi un
        > > pacchetto di preservativi, mi rispose: «A zia,
        > > sai come si dice? Futtifutti ca Dio perdona a
        > > tutti».
        > > Quel famoso Dio che mi aveva accompagnato
        > durante
        > > l'infanzia, che sentivo come un peso ovunque
        > > andassi e qualsiasi cosa facessi, era
        > > improvvisamente scomparso durante i miei dodici
        > > anni, quando mi resi conto di non aver alcun
        > > bisogno di credere in qualcosa di superiore e
        > > divino, che mi bastava credere nella vita e
        > nelle
        > > persone che mi circondavano e mi amavano di un
        > > amore
        > > terreno.
        > > Sentivo Dio persino in quelle voci di paese che
        > > additavano e demonizzavano le ragazze mie
        > > coetanee che conducevano una vita libera e
        > > libertina, vedevo Dio negli occhi strizzati
        > della
        > > panettiera mentre entravo nel suo negozio mano
        > > nella mano con un ragazzo. Vedevo Dio nello
        > > sguardo morboso del barista che indugiava sulle
        > > cosce poco scoperte dalla
        > > gonna.
        > > Dio era amore ma era anche disprezzo, un
        > > disprezzo che non sono riuscita a strapparmi
        > > dalla pelle tanto facilmente. E a questo che si
        > > aspira, cardinale Ruini? Farci sentire
        > > colpevoli
        > > davanti alla società terrena e a quella divina
        > > solo perché abbiamo assecondato i nostri
        > > desideri?
        > > E se la frase di mia zia non suonò proprio come
        > > una formula magica che mi fece dimenticare di
        > > essere guardata a vista da Dio e dai suoi
        > adepti,
        > > non posso certo negare che mi fornì
        > > un'indicazione importante: fregarmene di quello
        > > che gli altri avrebbero
        > > detto.
        > > Non fu certo facile, non fu certo improvviso.
        >
        > Davvero un gran bel pezzo. La tipa sa scrivere
        > molto
        > bene.
        infatti ti assomiglia Occhiolino
        • Avatar
          Scritto da
          Non Autenticato
          il 2007-09-14 15:06:00.0 alle 2007-09-14 15:06:00.0
          Re: Dal libro : Lettera aperta al cardin

          - Scritto da:
          >
          > - Scritto da: Alphonse Elric
          > >
          > > - Scritto da:
          > > > Avevo quindici anni e poche paure quando persi
          > > la
          > > > verginità. Ricordo che lui mi piaceva e
          > provavo
          > > > la nettissima sensazione che io non piacessi a
          > > > lui. Oggi, se ci penso, mi dico che
          > > evidentemente
          > > > dovevo piacergli se aveva scelto di andare a
          > > > letto con me. A scuola non si faceva altro che
          > > > parlare della "prima volta", tutte ave­vamo la
          > > > smania di sapere come fosse, che cosa ci
          > avrebbe
          > > > regalato o, in qualche caso,
          > > > rubato.
          > > >
          > > > Alcune sapevano benissimo di cosa si
          > trattasse,
          > > > l'avevano già fatto, ma non ne parlavano, non
          > > > stava
          > > > bene.
          > > > Così un giorno presi il motorino e, invece di
          > > > percorrere il solito tragitto da casa a
          > scuola,
          > > > svoltai qualche strada più avanti e mi
          > ritrovai
          > > > sotto casa
          > > > sua.
          > > > Quando mi penetrò non mi sentii diversa né mi
          > > > sembrò di aver perso alcunché. Piuttosto mi
          > ero
          > > > liberata di un peso enorme, volevo
          > oltrepassare
          > > > il primo check-point per avere poi via libera.
          > > La
          > > > prima prova, la più crudele e la più dura, non
          > > > funzionò come doveva funzionare e tutti i
          > sogni
          > > e
          > > > i desideri che avevo furono ammazzati uno a
          > uno.
          > > > Rimasi così denudata di ogni speranza,
          > spogliata
          > > > dalla mancanza, di rispetto e dalla sua
          > > > derisione. E per di più, avevo il foltissimo
          > > > dubbio di essere rimasta
          > > > incinta.
          > > > La persona a cui più di tutte avrei dovuto
          > > > raccontarlo era mia madre, con la quale ho
          > > sempre
          > > > condiviso ogni cosa, che mi ha sempre
          > > > incoraggiata nel mio cammino, che non mi ha
          > mai
          > > > vietato niente e nemmeno criticata per le mie
          > > > scelte.
          > > > Ma la prima cosa che lei avrebbe fatto sarebbe
          > > > stata andare difilato a casa sua e spaccargli
          > la
          > > > faccia. Raccontarlo a mia madre era rischioso,
          > > > per la vita di
          > > > lui.
          > > > Così andai da mia zia e le dissi di quanto mi
          > > era
          > > > parso brutto quel sesso che tutti osannavano,
          > > > quanto arido e quanto insignificante
          > > > fosse.
          > > > Le dissi inoltre che mi ero pentita, che
          > l'avevo
          > > > voluto fare per soddisfare la mia curiosità e
          > le
          > > > mie voglie adolescenziali. Lei, oltre a darmi
          > un
          > > > pacchetto di preservativi, mi rispose: «A zia,
          > > > sai come si dice? Futtifutti ca Dio perdona a
          > > > tutti».
          > > > Quel famoso Dio che mi aveva accompagnato
          > > durante
          > > > l'infanzia, che sentivo come un peso ovunque
          > > > andassi e qualsiasi cosa facessi, era
          > > > improvvisamente scomparso durante i miei
          > dodici
          > > > anni, quando mi resi conto di non aver alcun
          > > > bisogno di credere in qualcosa di superiore e
          > > > divino, che mi bastava credere nella vita e
          > > nelle
          > > > persone che mi circondavano e mi amavano di un
          > > > amore
          > > > terreno.
          > > > Sentivo Dio persino in quelle voci di paese
          > che
          > > > additavano e demonizzavano le ragazze mie
          > > > coetanee che conducevano una vita libera e
          > > > libertina, vedevo Dio negli occhi strizzati
          > > della
          > > > panettiera mentre entravo nel suo negozio mano
          > > > nella mano con un ragazzo. Vedevo Dio nello
          > > > sguardo morboso del barista che indugiava
          > sulle
          > > > cosce poco scoperte dalla
          > > > gonna.
          > > > Dio era amore ma era anche disprezzo, un
          > > > disprezzo che non sono riuscita a strapparmi
          > > > dalla pelle tanto facilmente. E a questo che
          > si
          > > > aspira, cardinale Ruini? Farci sentire
          > > > colpevoli
          > > > davanti alla società terrena e a quella divina
          > > > solo perché abbiamo assecondato i nostri
          > > > desideri?
          > > > E se la frase di mia zia non suonò proprio
          > come
          > > > una formula magica che mi fece dimenticare di
          > > > essere guardata a vista da Dio e dai suoi
          > > adepti,
          > > > non posso certo negare che mi fornì
          > > > un'indicazione importante: fregarmene di
          > quello
          > > > che gli altri avrebbero
          > > > detto.
          > > > Non fu certo facile, non fu certo improvviso.
          > >
          > > Davvero un gran bel pezzo. La tipa sa scrivere
          > > molto
          > > bene.
          > infatti ti assomiglia Occhiolino

          le stai dando della wakka?
<softv>

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