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    Non Autenticato
    il 2008-08-22 14:51:00.0 alle 2008-08-22 14:51:00.0
    A Rosa
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    Rosa, rimembri ancora
    quel tempo della tua vita mortale,
    quando beltà splendea
    negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
    e tu, lieta e pensosa, il limitare
    di gioventù salivi?

    Sonavan le quiete
    stanze, e le vie d'intorno,
    al tuo perpetuo canto,
    allor che all'opre femminili intenta
    sedevi, assai contenta
    di quel vago avvenir che in mente avevi.
    Era il maggio odoroso: e tu solevi
    così menare il giorno.

    Io gli studi leggiadri
    talor lasciando e le sudate carte,
    ove il tempo mio primo
    e di me si spendea la miglior parte,
    d’in su i veroni del paterno ostello
    porgea gli orecchi al suon della tua voce,
    ed alla man veloce
    che percorrea la faticosa tela.
    Mirava il ciel sereno,
    le vie dorate e gli orti,
    e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
    Lingua mortal non dice
    quel ch’io sentiva in seno.

    Che pensieri soavi,
    che speranze, che cori, o Rosa mia!
    Quale allor ci apparia
    la vita umana e il fato!
    Quando sovviemmi di cotanta speme,
    un affetto mi preme
    acerbo e sconsolato,
    e tornami a doler di mia sventura.
    O natura, o natura,
    perché non rendi poi
    quel che prometti allor? perché di tanto
    inganni i figli tuoi?

    Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
    da chiuso morbo combattuta e vinta,
    perivi, o tenerella. E non vedevi
    il fior degli anni tuoi;
    non ti molceva il core
    la dolce lode or delle negre chiome,
    or degli sguardi innamorati e schivi;
    né teco le compagne ai dì festivi
    ragionavan d’amore.

    Anche perìa fra poco
    la speranza mia dolce: agli anni miei
    anche negaro i fati
    la giovinezza. Ahi come,
    come passata sei,
    cara compagna dell’età mia nova,
    mia lacrimata speme!
    Questo è il mondo? questi
    i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
    onde cotanto ragionammo insieme?
    questa la sorte delle umane genti?
    All’apparir del vero
    tu, misera, cadesti: e con la mano
    la fredda morte ed una tomba ignuda
    mostravi di lontano.

    The Lich™
    « Non è morto ciò che in eterno può attendere,
    e col passare di strani eoni, anche la morte può morire. »
    Cylon
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      il 2008-08-22 14:56:00.0 alle 2008-08-22 14:56:00.0
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      Re: A Rosa

      - Scritto da:
      > [img]http://crid65.altervista.org/_altervista_ht/V
      > Rosa, rimembri ancora
      > quel tempo della tua vita mortale,
      > quando beltà splendea
      > negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
      > e tu, lieta e pensosa, il limitare
      > di gioventù salivi?
      >
      > Sonavan le quiete
      > stanze, e le vie d'intorno,
      > al tuo perpetuo canto,
      > allor che all'opre femminili intenta
      > sedevi, assai contenta
      > di quel vago avvenir che in mente avevi.
      > Era il maggio odoroso: e tu solevi
      > così menare il giorno.
      >
      > Io gli studi leggiadri
      > talor lasciando e le sudate carte,
      > ove il tempo mio primo
      > e di me si spendea la miglior parte,
      > d’in su i veroni del paterno ostello
      > porgea gli orecchi al suon della tua voce,
      > ed alla man veloce
      > che percorrea la faticosa tela.
      > Mirava il ciel sereno,
      > le vie dorate e gli orti,
      > e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
      > Lingua mortal non dice
      > quel ch’io sentiva in seno.
      >
      > Che pensieri soavi,
      > che speranze, che cori, o Rosa mia!
      > Quale allor ci apparia
      > la vita umana e il fato!
      > Quando sovviemmi di cotanta speme,
      > un affetto mi preme
      > acerbo e sconsolato,
      > e tornami a doler di mia sventura.
      > O natura, o natura,
      > perché non rendi poi
      > quel che prometti allor? perché di tanto
      > inganni i figli tuoi?
      >
      > Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
      > da chiuso morbo combattuta e vinta,
      > perivi, o tenerella. E non vedevi
      > il fior degli anni tuoi;
      > non ti molceva il core
      > la dolce lode or delle negre chiome,
      > or degli sguardi innamorati e schivi;
      > né teco le compagne ai dì festivi
      > ragionavan d’amore.
      >
      > Anche perìa fra poco
      > la speranza mia dolce: agli anni miei
      > anche negaro i fati
      > la giovinezza. Ahi come,
      > come passata sei,
      > cara compagna dell’età mia nova,
      > mia lacrimata speme!
      > Questo è il mondo? questi
      > i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
      > onde cotanto ragionammo insieme?
      > questa la sorte delle umane genti?
      > All’apparir del vero
      > tu, misera, cadesti: e con la mano
      > la fredda morte ed una tomba ignuda
      > mostravi di lontano.
      >
      >

      Forse il Manzoni ha visto Silvia in quella posa Con la lingua fuori
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