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    il 2009-08-22 12:50:00.0 alle 2009-08-22 12:50:00.0
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    Questo è interessante
    Si vede come la stupidità di sinistra non è solo italiana.

    Paolo Madron per il Sole 24 Ore
    WHOLEFOOD

    Cosa succede se uno degli industriali più liberal d'America scrive su un giornale conservatore un articolo critico contro la riforma sanitaria di Barack Obama? Succede che qualcuno dice che ha fatto bene, che ha dato una bella prova di autonomia anche a costo di inimicarsi i suoi referenti politici.

    Ma succede anche che qualcuno si chieda chi mai gliel'ha fatto fare, nel bel mezzo di una epocale battaglia che costringe il presidente degli Stati Uniti a passare le vacanze tra un dibattito e l'altro nei più sperduti posti del paese, a uscirsene con osservazioni che, stando alle critiche, ammiccano agli argomenti dei repubblicani più incarogniti.

    La cosa potrebbe anche finire lì, se non fosse che il manager in questione è John Mackey, il gruppo di cui è fondatore e guida spirituale è Whole Foods, il giornale dove ha scritto cosa pensa è il Wall Street Journal, non proprio un campione di progressismo. Infatti non finisce lì, perché a una settimana dal suo intervento sul web il dibattito impazza.
    Barack Obama

    Premessa della questione, occorre sapere che quando si fa la spesa tra gli scaffali delle merci esposte in bella mostra da Whole Foods in molti sorge spontanea una domanda: ma sono più organici - al Partito democratico - gli intellettuali che pensosamente vagano tra le corsie con i loro cesti o i prodotti che questa catena salutista seleziona con procedimenti bio-politicamente corretti?

    Se poi si visita il sito internet, si capisce che Whole Foods non è una semplice azienda, ma un mondo a parte, una categoria dello spirito, una filosofia di vita (assai cara, peraltro, come si evince dagli 8 miliardi di dollari di fatturato). Chi vi lavora non è un semplice worker, non solo per la paga oraria molto superiore alla media, ma un apostolo della sana nutrizione, un profeta della qualità totale, un crociato che combatte ogni tipo di sofisticazione alimentare.
    WALMART

    E il cliente, più che un normale cliente, è un adepto della fede salutista, uno che ha in sommo spregio la serialità alimentare delle multinazionali, così come le insane passioni dell'America retriva per il junk food più ipercalorico. Per non dire dei fornitori, gente del tipo di Dee e Philip Horst-Landis, la coppia di giovani contadini immortalati questa settimana sulla homepage del gruppo, che nella loro fattoria ecosostenibile in Pennsylvania nutrono bovini e suini della sola erba di pascolo.

    Ora, se Mackey, il leader indiscusso del movimento, critica il presidente Obama, tra i suoi membri lo sconcerto è totale. Da quando, l'11 agosto, è apparso sul WSJ il suo intervento (ereticamente aperto con una citazione di Margaret Thatcher: "Il problema è che alla fine col socialismo si esauriscono i soldi degli altri"), il tam tam internettiano ha suonato l'inno di guerra: boicottiamo Whole Foods.
    ciquita

    In pochi giorni, Facebook ne ha raggruppati 13mila, e Twitter non è stato meno prodigo di sdegnati cinguettii. Accanto ai quali, ancorché largamente minoritari, hanno sfidato l'impopolarità alcuni difensori per i quali abbandonare il supermercato di culto solo perché il suo amministratore delegato ha osato smarcarsi da Obama è una vera e propria sciocchezza.

    Ma erano davvero così intollerabili per i tifosi della sanità obamiana le sue riflessioni? Quello di Mackey in realtà voleva essere un contributo al dibattito con la definizione di alcune linee guida. Si va dalla rimozione degli ostacoli che rallentano la creazione di piani sanitari deducibili, alla liberalizzazione della competizione tra società assicurative che hanno sede in stati diversi, alla ricerca di modo per evitare le migliaia di cause tra medici e compagnie che costano ai primi un sacco di soldi, all'invito perché i costi dei trattamenti sanitari siano enucleati in modo trasparente e comprensibile ai fruitori.
    budweiser

    SEGUE
    Everyone has the right to my opinion!
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      il 2009-08-22 12:51:00.0 alle 2009-08-22 12:51:00.0
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      Seguito di: Questo è interessante
      Dove sta allora lo scandalo? In un passaggio, questo sì, che suona drasticamente critico. Scrive Mackey: «Se è vero che questo paese necessita di una riforma sanitaria, l'ultima cosa di cui ha bisogno è che la sua introduzione comporti centinaia di miliardi di dollari di deficit, così assomigliando di fatto a una statalizzazione del nostro sistema sanitario».

      E qui certamente la penna gli dev'essere scivolata, perché in effetti lo spettro della bancarotta evocato a proposito dell'estensione della copertura ai 47 milioni di americani che ne sono privi è il cavallo di battaglia dell'opposizione repubblicana.
      BILL GATES

      «Scusi signor Mackey » scrive un blogger «ma lei ha idea di che tipo di clientela frequenti i suoi supermercati? Tutta gente progressista, amante dell'ambiente e del cibo naturale, che è disposta a pagare anche tre dollari per un'arancia organica e che, incidentalmente, hanno fatto di lei un uomo molto ricco ».

      Gli fa eco un altro internauta: «C'è solo un argomento che mi induce a rifiutare il boicottaggio. E cioè che i suoi dipendenti siano offesi quanto me delle sue argomentazioni». «Signor Mackey », puntualizza tale Lisa riassumendo il pensiero di molti, «i malati sono persone reali, non li può trattare come fossero un concetto astratto. Vivono e muoiono nel mondo reale, non in quello ideale di Adam Smith».

      Siccome la discussione è il sale della democrazia, anche il sito di Whole Foods non si sottrae al fuoco di fila di chi vuole intervenire sull'argomento. Oltre 10mila post ( sinora) per dissentire, insultare, gridare al tradimento e boicottare. Ma anche difendere a spada tratta la libertà d'opinione.

      «Penso che spenderò più soldi nei vostri negozi» scrive uno che si firma Jacquemont «per rispondere al ridicolo oltraggio di chi ha invitato a boicottarvi. Penso che senza di loro il tasso di intelligenza della vostra clientela migliorerà notevolmente». Per la cronaca,il sontuoso Whole Foods che occupa l'intero piano interrato del Time Warner Center di Manhattan ieri era come al solito affollatissimo.
      NESTLE


      2 - Da Chiquita a Wal-Mart al grido di «boycott!»
      Antonietta Demurtas per Il Sole 24 Ore

      Quello di Whole Foods sta facendo molto rumore, ma non è certo l'unico tra i casi di boicottaggio di prodotti e aziende in quella che per gli americani è la più ricorrente arma di ostracismo nei confronti dello strapotere industriale. Il più famoso e duraturo episodio ha come bersaglio WalMart, la più grande catena di retail al mondo. Il comportamento antisindacale del gruppo, dal mancato pagamento dei contributi a vere e proprie vessazioni contro i dipendenti ( alcuni hanno denunciato l'impossibilità di andare in bagno fuori dalle pause consentite), ha scatenato una campagna contro il colosso della grande distribuzione. E ancora oggi per molti americani non mettere piede in uno dei suoi punti vendita è un motivo d'onore.
      4 cocacola no

      Ma la parola boicottaggio risuona quasi quotidianamente nei discorsi dei politici e nei siti dove gruppi di cittadini sfogano la loro indignazione. Un classico alla Wal-Mart è la perenne campagna contro Microsoft, sentina di tutti i mali per colpa della sua logica fisiologicamente monopolista. L'ultima accusa arriva dal sito freedomware. us: evitate di comprare i prodotti dell'azienda di Seattle, perché l'avido Bill Gates ( non importa se adesso operativamente non c'è più lui alla guida) appalta lavoro in giro per il mondo togliendolo così agli americani.

      Ma di recente anche un altro brand storico, ora non certo all'apice del suo fulgore,General Motors, è stato oggetto di furiose campagne per dissuadere dal comprare le sue automobili: ogni dollaro dato all'azienda di Detroit, salvata dallo stato, equivaleva a un oltraggio alla libera impresa.
      Starbucks

      Anche la birra non è uscita indenne dalla furia dei consumatori. Quando il marchio più americano, Budweiser, è finito in mano belga, si è creato un comitato di appassionati della bevanda che invitava a smettere di berla. In compenso offriva anche una lista di 66 marchi di birra che potevano essere tranquillamente comprati perché avevano scelto di mantenere le loro fabbriche negli Stati Uniti.

      Bersaglio storico dell'ira dei boicottatori americani è il brand Chiquita: nel 1998, comprare la famosa banana dal bollino blu equivaleva a diventare complici dello sfruttamento minorile nelle piantagioni in Sud America.

      Fu un'inchiesta giornalistica del Cicinnati Enquirer a smascherare i "disumani e vergognosi" comportamenti della multinazionale.
      Insomma, la lotta all'American brand parte dagli stessi americani: nei siti online, nati non solo per criticare le scelte politiche ma anche per contrastare il potere delle multinazionali, è facile trovare un attacco a un'azienda o a un prodotto.

      Sono delle vere e proprie classifiche quelle dei brand da boicottare basate su una serie di valori etici da rispettare: attenzione all'ambiente, controllo del potere nucleare, rispetto degli animali contro abusi e vivisezione, diritti dei lavoratori, sono solo alcuni dei principi che orientano le scelte dei consumatori americani.

      Il boicottaggio va anche all'estero:uno degli ultimi è stato quello lanciato in Medio Oriente contro i prodotti americani e israeliani in segno di protesta contro l'attacco a Gaza da parte dell'esercito di Tel Aviv a fine dicembre 2008. Starbucks, la catena di coffee shop di Seattle, fu uno dei primi obiettivi a essere preso di mira insieme a Nestlé, CocaCola, Johnson & Johnson and Burger King. Starbucks fu costretta a chiudere i suoi negozi per qualche giorno a Beirut a causa delle proteste.
      Everyone has the right to my opinion!
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        Scritto da
        Non Autenticato
        il 2009-08-22 14:40:00.0 alle 2009-08-22 14:40:00.0
        Re: Seguito di: Questo è interessante

        - Scritto da: exsinistro
        > Dove sta allora lo scandalo? In un passaggio,
        > questo sì, che suona drasticamente critico.
        > Scrive Mackey: «Se è vero che questo paese
        > necessita di una riforma sanitaria, l'ultima cosa
        > di cui ha bisogno è che la sua introduzione
        > comporti centinaia di miliardi di dollari di
        > deficit, così assomigliando di fatto a una
        > statalizzazione del nostro sistema
        > sanitario».
        >
        > E qui certamente la penna gli dev'essere
        > scivolata, perché in effetti lo spettro della
        > bancarotta evocato a proposito dell'estensione
        > della copertura ai 47 milioni di americani che ne
        > sono privi è il cavallo di battaglia
        > dell'opposizione
        > repubblicana.
        > BILL GATES
        >
        > «Scusi signor Mackey » scrive un blogger «ma lei
        > ha idea di che tipo di clientela frequenti i suoi
        > supermercati? Tutta gente progressista, amante
        > dell'ambiente e del cibo naturale, che è disposta
        > a pagare anche tre dollari per un'arancia
        > organica e che, incidentalmente, hanno fatto di
        > lei un uomo molto ricco
        > ».
        >
        > Gli fa eco un altro internauta: «C'è solo un
        > argomento che mi induce a rifiutare il
        > boicottaggio. E cioè che i suoi dipendenti siano
        > offesi quanto me delle sue argomentazioni».
        > «Signor Mackey », puntualizza tale Lisa
        > riassumendo il pensiero di molti, «i malati sono
        > persone reali, non li può trattare come fossero
        > un concetto astratto. Vivono e muoiono nel mondo
        > reale, non in quello ideale di Adam
        > Smith».
        >
        > Siccome la discussione è il sale della
        > democrazia, anche il sito di Whole Foods non si
        > sottrae al fuoco di fila di chi vuole intervenire
        > sull'argomento. Oltre 10mila post ( sinora) per
        > dissentire, insultare, gridare al tradimento e
        > boicottare. Ma anche difendere a spada tratta la
        > libertà
        > d'opinione.
        >
        > «Penso che spenderò più soldi nei vostri negozi»
        > scrive uno che si firma Jacquemont «per
        > rispondere al ridicolo oltraggio di chi ha
        > invitato a boicottarvi. Penso che senza di loro
        > il tasso di intelligenza della vostra clientela
        > migliorerà notevolmente». Per la cronaca,il
        > sontuoso Whole Foods che occupa l'intero piano
        > interrato del Time Warner Center di Manhattan
        > ieri era come al solito
        > affollatissimo.
        > NESTLE
        >
        >
        > 2 - Da Chiquita a Wal-Mart al grido di «boycott!»
        > Antonietta Demurtas per Il Sole 24 Ore
        >
        > Quello di Whole Foods sta facendo molto rumore,
        > ma non è certo l'unico tra i casi di boicottaggio
        > di prodotti e aziende in quella che per gli
        > americani è la più ricorrente arma di ostracismo
        > nei confronti dello strapotere industriale. Il
        > più famoso e duraturo episodio ha come bersaglio
        > WalMart, la più grande catena di retail al mondo.
        > Il comportamento antisindacale del gruppo, dal
        > mancato pagamento dei contributi a vere e proprie
        > vessazioni contro i dipendenti ( alcuni hanno
        > denunciato l'impossibilità di andare in bagno
        > fuori dalle pause consentite), ha scatenato una
        > campagna contro il colosso della grande
        > distribuzione. E ancora oggi per molti americani
        > non mettere piede in uno dei suoi punti vendita è
        > un motivo
        > d'onore.
        > 4 cocacola no
        >
        > Ma la parola boicottaggio risuona quasi
        > quotidianamente nei discorsi dei politici e nei
        > siti dove gruppi di cittadini sfogano la loro
        > indignazione. Un classico alla Wal-Mart è la
        > perenne campagna contro Microsoft, sentina di
        > tutti i mali per colpa della sua logica
        > fisiologicamente monopolista. L'ultima accusa
        > arriva dal sito freedomware. us: evitate di
        > comprare i prodotti dell'azienda di Seattle,
        > perché l'avido Bill Gates ( non importa se adesso
        > operativamente non c'è più lui alla guida)
        > appalta lavoro in giro per il mondo togliendolo
        > così agli
        > americani.
        >
        > Ma di recente anche un altro brand storico, ora
        > non certo all'apice del suo fulgore,General
        > Motors, è stato oggetto di furiose campagne per
        > dissuadere dal comprare le sue automobili: ogni
        > dollaro dato all'azienda di Detroit, salvata
        > dallo stato, equivaleva a un oltraggio alla
        > libera
        > impresa.
        > Starbucks
        >
        > Anche la birra non è uscita indenne dalla furia
        > dei consumatori. Quando il marchio più americano,
        > Budweiser, è finito in mano belga, si è creato un
        > comitato di appassionati della bevanda che
        > invitava a smettere di berla. In compenso offriva
        > anche una lista di 66 marchi di birra che
        > potevano essere tranquillamente comprati perché
        > avevano scelto di mantenere le loro fabbriche
        > negli Stati
        > Uniti.
        >
        > Bersaglio storico dell'ira dei boicottatori
        > americani è il brand Chiquita: nel 1998, comprare
        > la famosa banana dal bollino blu equivaleva a
        > diventare complici dello sfruttamento minorile
        > nelle piantagioni in Sud
        > America.
        >
        > Fu un'inchiesta giornalistica del Cicinnati
        > Enquirer a smascherare i "disumani e vergognosi"
        > comportamenti della
        > multinazionale.
        > Insomma, la lotta all'American brand parte dagli
        > stessi americani: nei siti online, nati non solo
        > per criticare le scelte politiche ma anche per
        > contrastare il potere delle multinazionali, è
        > facile trovare un attacco a un'azienda o a un
        > prodotto.
        >
        > Sono delle vere e proprie classifiche quelle dei
        > brand da boicottare basate su una serie di valori
        > etici da rispettare: attenzione all'ambiente,
        > controllo del potere nucleare, rispetto degli
        > animali contro abusi e vivisezione, diritti dei
        > lavoratori, sono solo alcuni dei principi che
        > orientano le scelte dei consumatori
        > americani.
        >
        > Il boicottaggio va anche all'estero:uno degli
        > ultimi è stato quello lanciato in Medio Oriente
        > contro i prodotti americani e israeliani in segno
        > di protesta contro l'attacco a Gaza da parte
        > dell'esercito di Tel Aviv a fine dicembre 2008.
        > Starbucks, la catena di coffee shop di Seattle,
        > fu uno dei primi obiettivi a essere preso di mira
        > insieme a Nestlé, CocaCola, Johnson & Johnson and
        > Burger King. Starbucks fu costretta a chiudere i
        > suoi negozi per qualche giorno a Beirut a causa
        > delle
        > proteste.

        tl;dr
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      il 2009-08-22 13:19:00.0 alle 2009-08-22 13:19:00.0
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      Re: Questo è interessante

      - Scritto da: exsinistro

      > La cosa potrebbe anche finire lì, se non fosse
      > che il manager in questione è John Mackey, il
      > gruppo di cui è fondatore e guida spirituale è
      > Whole Foods,

      Ah, quello che scriveva male della Wild Oats, ovviamente sotto pseudonimo, poco prima di acquistarla ?
      S'e' beccato una bella bacchettata dalla Federal Trade Commission Occhiolino

      Questo per dire cosa ? Semplicemente che il tipo in questione e' peggio dei cattivi della Disney Con la lingua fuori
      `"la realta' non e' cosi' terrificante come vogliono farti credere" - Giambo ` - Wakko che cita Giambo
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