Proc di Catania
Scritto da
Non Autenticato
il 2009-10-04 20:14:00.0 alle 2009-10-04 20:14:00.0
Pedofilo si difende: Ho solo pagato..
Tre dollari a testa..
Una cosa è interessante: la morte sociale di questo bastardo.. Migliaia e migliaia di questi stronzi vengono cancellati e dimenticati nel silenzio più totale.. Il materiale che si riesce a trovare su di loro infatti è pochissimo, ndr questa è la prima volta che leggo un minimo accenno da parte della famiglia..
La conferma a quanto pensavo..
I dati a meno di un suicidio precondanna non sono secretabili ergo la famiglia viene a sapere..
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UOMO SI DIFENDE: «NON HO RUBATO, NON HO UCCISO, HO SOLO PAGATO»
Condannato in Cambogia per pedofilia
Dieci anni a un operaio milanese sorpreso con bambini
MILANO
«Io non ho rubato, non ho ucciso, non ho rapito. Ho solo pagato. Solo questo ho fatto». Ha i capelli a spazzola, la maglia azzurra della Nazionale, e un´aria neanche disperata. Sembra quasi un turista bauscia dietro le sbarre: da un momento all´altro si metterà a salutare gli amici a casa, a strizzare l´occhio, a far finta di sentirsi importante. Al giornalista della tv francese dice tranquillamente: «Procurarsi ragazzi in Cambogia è molto più facile e conveniente che dalle altre parti», come se parlasse a un´agenzia di pubblicità del turismo per pedofili. L´hanno arrestato il 10 giugno dell´anno scorso. Era assieme a quattro bambini. Con la polizia ha ammesso tutto: «Nessun problema, nessuna violenza. Li ho pagati. Normalmente. Tre dollari a testa. Anzi, quello più giovane con cui mi avete trovato, tre dollari e cinquanta». Il giudice Nop Sophon legge la sentenza senza alzare mai gli occhi verso di lui: «... l´imputato Alain Filippo Berruti è riconosciuto colpevole di corruzione e sfruttamento di bambini, troppo giovani per dare il proprio consenso a una relazione sessuale. Berruti ha commesso questi reati durante la sua visita in Cambogia. La Corte pertanto lo condanna a dieci anni di reclusione e gli ordina di pagare 250 dollari di risarcimento a ognuna delle sue vittime». Dieci anni è il massimo della pena. Lui si ribella: «Questa è la legge, ma non è giustizia». Annuncia che presenterà ricorso in appello. Poi, con la sua maglietta azzurra con il colletto bianco rialzato, i capelli corti e la barba di tre giorni, ha guardato la telecamera e levato il dito medio a mo´ di saluto. «Vaffan». Prima aveva detto: «I ragazzi farebbero qualsiasi cosa per un dollaro, perché non hanno soldi. Questi ragazzi sono prostituti». Parla come un sociologo che spiega la realtà di un Paese. Ripete, con la convinzione di chi è sicuro di avere ragione: «Non ho fatto niente di male. Ho solo pagato». L´elettricista milanese Alain Berruti, con il suo bel nome da attore degli Anni Settanta, è cresciuto così bene nella grande capitale del mercato libero da non accorgersi nemmeno di quello che dice e dell´orrore che fa. In effetti ha solo pagato: un bambino di dieci anni che fa il lustrascarpe guadagnando un dollaro al giorno e che vive di avanzi, come hanno raccontato i poliziotti ai giornalisti, raccogliendo per terra le bucce della frutta e le cicche di sigarette, perché fumando si sente meno la fame. Alain Berruti ha pagato questo bambino a Phnom Penh, in Cambogia, e poi chissà quanti altri prima che lo scovassero in un´irruzione in un locale. A Milano non risulta schedato alla Questura, anche se il suo nome non era sconosciuto agli agenti di polizia e ai carabinieri che navigano nelle chat e su Internet alla ricerca di pedofili. L´unica denuncia che lo riguarda è per un porto d´armi abusivo e risale al 1991. Patteggiamento nel ´93. Nient´altro. Faceva l´elettricista. Viveva a Cinisello Balsamo, grande periferia di Milano, la città fabbrica e caserma che non finisce più, caseggiati lunghi chilometri che fanno da fondali alle nebbie e alle statali percorse dai Tir in colonna. Sua mamma risponde da casa con molto distacco e molta pena celata con durezza: «Io non ne so niente». Suo figlio è stato processato e condannato. «Non so, non so...» Per pedofilia. «E´ da anni che non sappiamo più niente di lui». La casa dove è nato e vissuto sta nel cuore di questa periferia ingrigita. Un triste cretto di cemento ha ricoperto una campagna che più in là resiste fra miseri prati di stoppia, casali ingoiati dalla città, resti di orti e pollai. Qui, dentro a questi reticoli di strade e di palazzi dai colori che incupiscono con i balconi pieni di panni affacciati sul cemento, non hanno nemmeno spulciato gli elenchi dei santi, le mappe topografiche o i libri di storia patria per dare un nome a queste viuzze minime che non conducono in nessun luogo se non dentro a questo mondo di macchine di rumori, dove tutto è già divelto, smangiato, guasto. Non ci sono teatri, né cinema, né punti d´incontro. I ragazzi si vedono al bar, ai videogiochi, qualcuno in un campetto di periferia o in una palestra. Le strade si chiamano Molise, Marche, Abruzzo. Gli amici di Alain, cresciuti come lui fra queste case e queste strade, raccontano che Alain «è un tipo strano, ma che nessuno aveva mai sospettato niente». In che senso? «Nel senso che era un ribelle, uno anche un po´ matto volendo. La mania delle armi? Non so, può darsi». Un giovanotto con la testa rasata: «Qualche volta lo si vedeva al bar, come tutti. Ma adesso era un po´ ch´era sparito». Un altro: «Uno se proprio doveva pensare una cosa cattiva poteva pensare alla droga, qualcosa del genere. Ma che gli piacessero i ragazzini, nessuno di noi lo sapeva e sinceramente non avrebbe neppure mai potuto immaginarlo». E la mamma? Poteva non sapere anche lei? La voce è piana, monotona: «Sarà tre o quattro anni che è andato via. Ne saprà più lei di me». Ma prima di sparire che cosa faceva, chi frequentava? «Non lo so. Non sapevo neanche se era morto o vivo da quattro anni. Niente». Lei è sua madre, come faceva a non sapere niente? «Senta, io sono una signora molto gentile. Posso salutarla?»