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    Non Autenticato
    il 2010-04-25 12:08:00.0 alle 2010-04-25 12:08:00.0
    L' importanza di chiamarsi Umberto.
    Oltreché il più abile, Umberto Bossi è anche il
    politico italiano più fortunato. Da almeno 25 anni,
    grazie all’insipienza dei suoi cosiddetti avversari e
    alla creduloneria dei suoi elettori, tiene in piedi un
    partito senza senso che non potrebbe esistere in nessun
    altro paese del mondo. Pokerista maestro del bluff, si
    ritrova al tavolo altri giocatori seduti al tavolo con lui che
    non vanno mai a vedere. Così lui vince sempre, anche se
    in mano ha una coppia, spesso manco quella. Diplomato
    per corrispondenza alla scuola Radioelettra, studente
    svogliato e scarsino a Medicina, nei primi anni ‘60 Bossi
    aveva all’attivo un paio di esami, ma ogni tanto – ra c c o n t a
    la sorella – dava una festa di laurea e gabbava tutti uscendo
    di casa con la valigetta da medico condotto, salvo poi
    girare l’angolo per raggiungere gli amici al biliardo.
    Difficile, all’epoca, distinguere la sua vocazione politica
    dall’esigenza di sbarcare il lunario senza lavorare. Le idee
    erano piuttosto confuse, tant’è che il giovin Umberto partì
    dalla sezione Pci di Samarate (Varese); poi conobbe Bruno
    Salvadori, capo dell’Union Valdotaine, e s’i n fa t u ò
    dell’autonomismo; nel 1980 fondò l’Unione
    Nordoccidentale Lombarda per l’Autonomia, poi la Lega
    Autonomista Lombarda, poi la Lega Lombarda, che a fine
    anni ‘80 confluì con altri gruppetti nordisti nella Lega
    nord e approdò in Parlamento nell’87. Ebbe una funzione
    storica positiva due volte, quando seppe pensare in
    grande, da partito nazionale: accompagnando il crollo
    della Prima Repubblica con Tangentopoli nel 1992-‘93 e
    rovesciando il primo governo-regime di Berlusconi nel
    ’94. Oggi la Lega è il partito più antico su piazza. Senz’ave r
    mai superato il 12% dei voti validi, da 15 anni fa il bello e il
    cattivo tempo, tiene in pugno Berlusconi e il Pdl, decide
    chi vince e chi perde le elezioni, impone leggi razziali e
    incostituzionali sull’immigrazione e, in sede locale,
    ordinanze che violano gli elementari diritti umani nel
    silenzio delle autorità nazionali ed europee. Ma, dei punti
    qualificanti (si fa per dire) del suo programma, non ne ha
    mai realizzato uno. E’ la sua fortuna. La secessione (nelle
    più pittoresche versioni: le cinque macroregioni di Miglio,
    le tre maxiregioni di Speroni e via delirando) sarebbe stata
    una jattura, ma nel ‘98 fu scongiurata dall’a ggancio
    dell’Italia all’Ue. Bossi ripiegò sulla “de volution”modello
    scozzese, senza sapere cosa fosse. Una boiata pazzesca
    che divenne legge costituzionale, ma per fortuna (anche
    sua) non entrò mai in vigore, perché spazzata via nel
    referendum del 2006. Lui, finito un mantra, se ne inventò
    subito un altro: il “federalismo fiscale”. E il popolo padano
    sempre dietro, plaudente e adorante sotto il palco di un
    capo che lo intorta con frasi vuote ma altisonanti e
    patacche da teleimbonitore, tipo la moneta padana (il
    “Calderòlo”), l’asta delle zolle di Pontida, la banca padana
    Credieuronord (fallita appena aperta: 8 milioni di buco,
    centinaia di risparmiatori truffati, gli amministratori
    leghisti salvati dall’ottimo Fiorani). Ora che il federalismo
    fiscale è legge-delega, l’Italia rischia di trasformarsi in Stato
    federale senza che nessuno sappia se ci guadagneremo o
    ci rimetteremo. Tremonti, sui costi dei decreti attuativi,
    allarga le braccia: “Siamo nell’impondera bile”. Sartori
    giura che sarà un altro salasso. Il peggio che possa capitare
    a Bossi è che il federalismo si realizzi: lui dovrebbe
    inventarsi un altro traguardo per spingere in avanti la
    frontiera padana; e, soprattutto, la gente costretta a pagare
    più tasse se la prenderebbe con lui. Potrebbero persino
    materializzarsi i celebri “300 mila padani armati di fucile”:
    contro di lui, però. Per questo, sotto sotto, l’Umberto è
    felicissimo del divorzio tra Berlusconi e Fini (che chiede di
    rivedere proprio il federalismo). Così potrà tenere
    coperto un’altra volta il suo bluff, strillare alla vittoria
    mutilata, prendersela con Roma ladrona che “blocca il
    cambiamento” e campare di rendita per un altro po’,
    cogliendo pure un’ottima scusa per scaricare il Banana
    ormai marcio fradicio. Un genio.


    Travaglio - Il fatto
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