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il 2010-10-08 11:04:00.0 alle 2010-10-08 11:04:00.0
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Per Rin, su Boffo e Feltri.
Don Filippo Di Giacomo per "L'Unità"
GIAN MARIA VIAN
Ho tra le mani un libro uscito nel 1994, intitolato «Donne e fede». È dell'editore Laterza e, come spiegano le due curatrici, voleva essere l'inizio di una grande impresa editoriale, la narrazione di una storia femminile dell'Italia, il seguito (idealmente parlando) della serie omologa che la stessa editrice aveva (anni prima) affidato alla direzione di Duby e Perrot.
Tra le affermazioni citate nell'introduzione ne spicca una: il cristianesimo delle origini era caratterizzato da una grande apertura al femminile, poiché i primi cristiani erano «né maschi né femmine ma una sola cosa in Gesù». Nello scritto, la frase virgolettata viene categoricamente attribuita a «Paolo di Tarso, Epistola ai Corinti 10,25». Come tutti sanno, San Paolo di lettere ai cristiani di Corinto ne ha scritte ben due, e quindi la citazione risulta imprecisa perché andrebbe completata con il numero d'ordine della lettera indicata.
Inoltre, il capitolo 10,25 della prima lettera ai Corinti parla di cibi leciti («Tutto ciò che è in vendita sul mercato, mangiatelo pure, senza indagare per motivi di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che contiene») mentre il capitolo 10 della seconda lettera arriva solo a 18 versetti.
In realtà, il testo paolino citato dalle curatrici si trova in un'altro scritto dell'apostolo, in Galati 3,28. E qui, per così dire, tocchiamo l'apice. Perché il testo di Paolo ai Galati non parla di «una sola cosa in Gesù» ma, di «una sola cosa in Cristo Gesù». Non è una differenza insignificante: il dogma cristiano non si basa sulla «Gesùlogia» ma sulla «Cristologia».
All'epoca, «Donna e fede» ebbe su Avvenire una recensione molto lusinghiera. Ma è la stessa Lucetta Scaraffia, una delle curatrici e firmataria dell'introduzione a metterci in guardia, nella sua intervista pubblicata da Il Giornale di ieri, da «un certo andazzo, tutto italiano, di farsi scrivere le recensioni dagli amici».
Quindi non si meraviglierà se per quanto ci è dato di sapere, non sono pochi i suoi lettori (coloro che la seguono su l'Osservatore Romano) che si stanno divertendo nel vederle fare l'esame di catechismo al Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento che Alberto Melloni ha curato per Il Mulino.
Nella disputa tra i due storici, animata per il loro e il nostro piacere (tifo Melloni, ma trovo che gli artigli della controparte siano affilati a dovere), c'è un passaggio che potrebbe essere girato ai partecipanti alla 46ª settimana sociale dei cattolici italiani in programma la settimana prossima a Catanzaro. Rispondendo alla Scaraffia su Il Sole 24 ore di domenica, Melloni dice di essere stato educato sin da ragazzo all'amore per la verità «da sacerdoti colti oppure santi oppure colti e santi».
Supponendo che non sia stato il solo, qualcuno dei delegati provenienti dalle 227 diocesi italiane potrebbe chiedere serenamente all'assemblea la causa dell'afasia di cui soffrono tutti i battezzati che hanno qualcosa da dire alla Chiesa? E perché, nel caso dei più coraggiosi, quando parlano devono subire esami di catechismo da parte di improvvisati quanto improbabili esaminatori?
C'è ancora qualcuno nella Chiesa italiana che si ricordi del dovere di chiedere scusa a Lazzati (sulla cui bara danzò oscenamente un tale, definito quest'anno da un porporato, «il miglior giornalista italiano»), a Scoppola (subito dopo morto, liquidato come non avesse fatto nulla per la Chiesa), ad Alberigo (vilipeso mentre era in agonia)... E veramente, sul caso Dino Boffo, vogliamo accontentarci della foglia di fico di Vittorio Feltri (che, peraltro, ha fatto solo il suo mestiere), senza nulla fare perché la faida che rimbalza da Milano a Roma e penetra in Vaticano, cessi di essere quel gioco al massacro che conosciamo? A Dino Boffo, nella Chiesa, nessuno deve pubbliche scuse ed adeguata riparazione?
Il tema della prossima settimana sociale è, appunto, «Il processo, l'agenda e l'attualità». Per spiegarli, il presidente del comitato organizzatore, il vescovo Arrigo Miglio, ha parlato di «un'agenda di speranza, da compilare non a tavolino ma compiendo un'opera di riflessione che permetta di coinvolgere, da subito, molti di coloro che si stanno impegnando seriamente per il bene comune del Paese e per trovare le vie concrete per conseguirlo».
E ha aggiunto: «Vorremmo, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, incoraggiare e offrire un contributo perché, come scrive Benedetto XVI nella Deus caritas est le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili». E se questo scatto di orgoglio la Chiesa italiana lo facesse iniziare proprio dal suo interno?
Chissà, magari servirebbe anche ai vescovi per ricordare che i cattolici sono cattolici, e non un comodo serbatoio di voti o di alleati da esibire à la carte, solo quando ci sono interessi di mezzo.
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