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Giudice femmina molto "imparziale"Qualche mese fa c’è stata, a partire da questo blog, una mobilitazione straordinaria. In centodiciotto, di cui quattro associazioni e sedici donne, hanno firmato un ricorso presso il Tribunale Civile di Roma contro i manifesti voluti dalla Regione Lazio nell’ambito della campagna “dalla parte delle donne”, contro la violenza domestica e di genere. Milioni di donne vittime di milioni di mezzi uomini carnefici, dicevano i manifesti, ai tempi affissi ovunque a Roma e oggi ancora presenti sul sito dell’ente regionale. Numeri che non ci tornavano, così come la proporzione di “una donna su tre” vittima di violenza. Una comunicazione che ha fatto sentire oltraggiato un gran numero di persone. Abbiamo fatto dunque ricorso, raccogliendo firme e denari necessari, fiduciosi nella nostra posizione ma soprattutto nella giustizia.
Statistiche ufficiali e Convenzione di Istanbul alla mano, con l’avvocato incaricato abbiamo allora depositato un ricorso dove, citando studi e dati internazionali e nazionali, si smentivano tanto le premesse quanto il messaggio stesso dei manifesti, ritenuto offensivo, discriminatorio, sessista e lesivo della dignità degli uomini. In risposta, la difesa della Regione Lazio si è imperniata essenzialmente sull’indagine campionaria ISTAT del 2014 relativa alla violenza sulle donne, che da sola (così ha replicato) giustificherebbe un messaggio “forte” come quello veicolato dai manifesti.
logo_telefono-rosaA dirimere il contenzioso è arrivata ieri la sentenza, firmata dalla giudice Cecilia Pratesi: ricorso respinto, con motivazioni che fanno accapponare la pelle, sia sul piano giuridico che su quello della giustizia spicciola. “L’espressione mezzi uomini”, scrive la giudice, “è riservata non già al genere maschile in quanto tale, ma agli autori di violenza”. Peccato che quell’espressione si accompagni a una generica quanto falsa quantificazione di “milioni” di uomini. Ma anche su questo la giudice Pratesi ha una spiegazione: “che la campagna sia fondata su una rappresentazione iperbolica dei numeri della violenza di genere […] non risulta di per sé lesivo della dignità del mondo maschile, se si considera il contesto della comunicazione, costituita pur sempre da un messaggio pubblicitario, che tollera dunque l’utilizzo di esagerazioni”. Oltre a questo, si spiega, il contenuto dei manifesti non vuole attirare l’attenzione sulle statistiche, ma sul numero del Telefono Rosa. Il fatto è che noi contestavamo non il cosa venisse pubblicizzato (Telefono Rosa) ma il come. Anche alla luce del fatto che precedenti réclame del 1522 mai si erano basate sulla denigrazione dell’uomo e infatti non avevano suscitato alcuna polemica.
In ogni caso, la giudice ammette che parlare di milioni di donne vittime di violenza è iperbolico, cioè fasullo. Ma in questo modo passa il concetto che in Italia si possa liberamente e pubblicamente oltraggiare e discriminare intere categorie di persone, purché ciò avvenga in un contesto di “pubblicità progresso”, le cui finalità giustifichino anche contenuti totalmente falsi. In sostanza sarebbe conforme alla legge se domani il Ministero della Sanità facesse una pubblicità progresso per le vaccinazioni comunicando: “se non vi vaccinerete morirete tutti come mosche, a milioni”, perché è necessario tutelare i non vaccinati (mentre è irrilevante se si crea panico). O ancora se la Regione Sicilia pubblicizzasse: “un siciliano su tre è un mafioso, digli di smettere” (mentre è irrilevante se si diffonde un senso di sfiducia verso il prossimo), e così via.
Questo articolo è il frutto del lavoro volontario e gratuito dell’autore. Se vuoi aiutarlo contribuendo al mantenimento del blog e alla diffusione dei suoi contenuti, fai una donazione tramite bonifico o PayPal. Grazie!
Non solo: i manifesti, dice la giudice Pratesi, vogliono solo pubblicizzare il 1522, non le statistiche. Peccato che queste siano la premessa del messaggio pubblicitario, cosa ammessa dalla stessa difesa della Regione Lazio. Inspiegabilmente la giudice non ha tenuto minimamente conto di questo aspetto, né dei dati ufficiali che smentiscono l’indagine campionaria ISTAT del 2014, né dell’ampia letteratura scientifica che abbiamo portato per dimostrare quanto divisivi e discriminatori fossero quei manifesti. Quella portata avanti, inoltre, era un’azione inibitoria preventiva. L’intento nostro era avvisare che quella campagna poteva portare dei danni. Eppure la giudice dice che di danni non ce ne sono e quelli portati a testimonianza non sono provati. Un po’ come gridare: “oh, stai per investirmi con la macchina!” e sentirsi rispondere: “be’, fammi vedere le ferite…!”. Tutto molto incomprensibile, ancor più perché in quella fase non è proprio previsto l’ascolto dei ricorrenti.
Oltre il danno, c’è poi la beffa: nella sentenza la giudice non solo dice di ritenere che non ci sia nulla di discriminatorio o offensivo in quei manifesti. Addirittura sostiene che il problema sia il “disappunto di tipo prevalentemente idiosincratico” dei ricorrenti. In sostanza è colpa nostra, che leggiamo con ripugnanza esasperata (questa è l’idiosincrasia) il messaggio esplicito e implicito dei manifesti. Siamo ipersensibili, insomma. Un ragionamento che però non vale quando la contestazione riguarda réclame che volgarizzano la figura femminile o discriminano sulla base di altri fattori. Lì non è idiosincrasia ma protesta sacrosanta contro la discriminazione e il vissuto individuale di chi si sente offeso in quei casi vale eccome. Diciamo pure in tutti i casi tranne che per gli uomini. Si tratta insomma di un doppio standard inaccettabile, che conferma il trend nazionale secondo cui si può tranquillamente insultare e oltraggiare la figura maschile e paterna senza che ciò comporti alcun tipo di conseguenze.
logo_mdCi sarebbe la possibilità di impugnare l’ordinanza. Cosa che però non faremo. Il messaggio della giudice Pratesi è arrivato forte e chiaro nel momento in cui ha deciso di liquidare le spese processuali a nostro carico in più di 11.500 euro. Di fatto, esercitando la propria discrezionalità, ha applicato i massimali di una causa arrivata in procedimento, sebbene in realtà non si sia svolta nemmeno una fase del procedimento stesso. In questo senso il messaggio è facile da interpretare: non ci riprovate, la narrazione dominante non si tocca. E a dircelo, va detto per dovere di cronaca, è un’attivista della corrente di sinistra dei giudici, la nota “Magistratura Democratica”.
E’ una grave sconfitta per la giustizia, prima ancora che per noi, e non sorprenderà di vedere questa sentenza analizzata criticamente nelle maggiori riviste giuridiche nazionali e internazionali. Per noi è solo la conferma che esiste un blocco verso i diritti civili degli uomini, radicato molto più di quanto si immagini. Per noi è la perdita definitiva dell’innocenza con cui guardavamo all’intera questione. La bastonata è sonora, indubbiamente, ma non è e non sarà un punto terminale. Anzi è esattamente il punto da cui partire. Perché una giustizia così riguarda non solo gli uomini o i padri o le donne che hanno una visione lucida della realtà. Una giustizia amministrata così riguarda tutti, nessuno escluso
https://stalkersaraitu.com/criminalizzare-gli-uomi...
"Se tutti facessero così..."
"La Romania è ricchissima" cit. Dada-
Re: Giudice femmina molto "imparziale"Scritto daNon Autenticatoil 2019-04-11 17:18:35.0 alle 2019-04-11 17:18:35.0Scritto da: Ordine
> Qualche mese fa c’è stata, a partire da questo blog, una mobilitazione straordinaria. In centodiciotto, di cui quattro associazioni e sedici donne, hanno firmato un ricorso presso il Tribunale Civile di Roma contro i manifesti voluti dalla Regione Lazio nell’ambito della campagna “dalla parte delle donne”, contro la violenza domestica e di genere. Milioni di donne vittime di milioni di mezzi uomini carnefici, dicevano i manifesti, ai tempi affissi ovunque a Roma e oggi ancora presenti sul sito dell’ente regionale. Numeri che non ci tornavano, così come la proporzione di “una donna su tre” vittima di violenza. Una comunicazione che ha fatto sentire oltraggiato un gran numero di persone. Abbiamo fatto dunque ricorso, raccogliendo firme e denari necessari, fiduciosi nella nostra posizione ma soprattutto nella giustizia.
> Statistiche ufficiali e Convenzione di Istanbul alla mano, con l’avvocato incaricato abbiamo allora depositato un ricorso dove, citando studi e dati internazionali e nazionali, si smentivano tanto le premesse quanto il messaggio stesso dei manifesti, ritenuto offensivo, discriminatorio, sessista e lesivo della dignità degli uomini. In risposta, la difesa della Regione Lazio si è imperniata essenzialmente sull’indagine campionaria ISTAT del 2014 relativa alla violenza sulle donne, che da sola (così ha replicato) giustificherebbe un messaggio “forte” come quello veicolato dai manifesti.
> logo_telefono-rosaA dirimere il contenzioso è arrivata ieri la sentenza, firmata dalla giudice Cecilia Pratesi: ricorso respinto, con motivazioni che fanno accapponare la pelle, sia sul piano giuridico che su quello della giustizia spicciola. “L’espressione mezzi uomini”, scrive la giudice, “è riservata non già al genere maschile in quanto tale, ma agli autori di violenza”. Peccato che quell’espressione si accompagni a una generica quanto falsa quantificazione di “milioni” di uomini. Ma anche su questo la giudice Pratesi ha una spiegazione: “che la campagna sia fondata su una rappresentazione iperbolica dei numeri della violenza di genere […] non risulta di per sé lesivo della dignità del mondo maschile, se si considera il contesto della comunicazione, costituita pur sempre da un messaggio pubblicitario, che tollera dunque l’utilizzo di esagerazioni”. Oltre a questo, si spiega, il contenuto dei manifesti non vuole attirare l’attenzione sulle statistiche, ma sul numero del Telefono Rosa. Il fatto è che noi contestavamo non il cosa venisse pubblicizzato (Telefono Rosa) ma il come. Anche alla luce del fatto che precedenti réclame del 1522 mai si erano basate sulla denigrazione dell’uomo e infatti non avevano suscitato alcuna polemica.
> In ogni caso, la giudice ammette che parlare di milioni di donne vittime di violenza è iperbolico, cioè fasullo. Ma in questo modo passa il concetto che in Italia si possa liberamente e pubblicamente oltraggiare e discriminare intere categorie di persone, purché ciò avvenga in un contesto di “pubblicità progresso”, le cui finalità giustifichino anche contenuti totalmente falsi. In sostanza sarebbe conforme alla legge se domani il Ministero della Sanità facesse una pubblicità progresso per le vaccinazioni comunicando: “se non vi vaccinerete morirete tutti come mosche, a milioni”, perché è necessario tutelare i non vaccinati (mentre è irrilevante se si crea panico). O ancora se la Regione Sicilia pubblicizzasse: “un siciliano su tre è un mafioso, digli di smettere” (mentre è irrilevante se si diffonde un senso di sfiducia verso il prossimo), e così via.
> Questo articolo è il frutto del lavoro volontario e gratuito dell’autore. Se vuoi aiutarlo contribuendo al mantenimento del blog e alla diffusione dei suoi contenuti, fai una donazione tramite bonifico o PayPal. Grazie!
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> Non solo: i manifesti, dice la giudice Pratesi, vogliono solo pubblicizzare il 1522, non le statistiche. Peccato che queste siano la premessa del messaggio pubblicitario, cosa ammessa dalla stessa difesa della Regione Lazio. Inspiegabilmente la giudice non ha tenuto minimamente conto di questo aspetto, né dei dati ufficiali che smentiscono l’indagine campionaria ISTAT del 2014, né dell’ampia letteratura scientifica che abbiamo portato per dimostrare quanto divisivi e discriminatori fossero quei manifesti. Quella portata avanti, inoltre, era un’azione inibitoria preventiva. L’intento nostro era avvisare che quella campagna poteva portare dei danni. Eppure la giudice dice che di danni non ce ne sono e quelli portati a testimonianza non sono provati. Un po’ come gridare: “oh, stai per investirmi con la macchina!” e sentirsi rispondere: “be’, fammi vedere le ferite…!”. Tutto molto incomprensibile, ancor più perché in quella fase non è proprio previsto l’ascolto dei ricorrenti.
> Oltre il danno, c’è poi la beffa: nella sentenza la giudice non solo dice di ritenere che non ci sia nulla di discriminatorio o offensivo in quei manifesti. Addirittura sostiene che il problema sia il “disappunto di tipo prevalentemente idiosincratico” dei ricorrenti. In sostanza è colpa nostra, che leggiamo con ripugnanza esasperata (questa è l’idiosincrasia) il messaggio esplicito e implicito dei manifesti. Siamo ipersensibili, insomma. Un ragionamento che però non vale quando la contestazione riguarda réclame che volgarizzano la figura femminile o discriminano sulla base di altri fattori. Lì non è idiosincrasia ma protesta sacrosanta contro la discriminazione e il vissuto individuale di chi si sente offeso in quei casi vale eccome. Diciamo pure in tutti i casi tranne che per gli uomini. Si tratta insomma di un doppio standard inaccettabile, che conferma il trend nazionale secondo cui si può tranquillamente insultare e oltraggiare la figura maschile e paterna senza che ciò comporti alcun tipo di conseguenze.
> logo_mdCi sarebbe la possibilità di impugnare l’ordinanza. Cosa che però non faremo. Il messaggio della giudice Pratesi è arrivato forte e chiaro nel momento in cui ha deciso di liquidare le spese processuali a nostro carico in più di 11.500 euro. Di fatto, esercitando la propria discrezionalità, ha applicato i massimali di una causa arrivata in procedimento, sebbene in realtà non si sia svolta nemmeno una fase del procedimento stesso. In questo senso il messaggio è facile da interpretare: non ci riprovate, la narrazione dominante non si tocca. E a dircelo, va detto per dovere di cronaca, è un’attivista della corrente di sinistra dei giudici, la nota “Magistratura Democratica”.
> E’ una grave sconfitta per la giustizia, prima ancora che per noi, e non sorprenderà di vedere questa sentenza analizzata criticamente nelle maggiori riviste giuridiche nazionali e internazionali. Per noi è solo la conferma che esiste un blocco verso i diritti civili degli uomini, radicato molto più di quanto si immagini. Per noi è la perdita definitiva dell’innocenza con cui guardavamo all’intera questione. La bastonata è sonora, indubbiamente, ma non è e non sarà un punto terminale. Anzi è esattamente il punto da cui partire. Perché una giustizia così riguarda non solo gli uomini o i padri o le donne che hanno una visione lucida della realtà. Una giustizia amministrata così riguarda tutti, nessuno escluso
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Un commento dice esattamente quel che stavo per rispondere:
Non dobbiamo partire da cause.
Mi sembra che le campagne stampa siano piu’ efficaci.
Qualsiasi istanza, qualunque sia, deve partire preparando il terreno presso l'opinione pubblica.-
Re: Giudice femmina molto "imparziale"Scritto da:
> Scritto da: Ordine
> > Qualche mese fa c’è stata, a partire da questo blog, una mobilitazione straordinaria. In centodiciotto, di cui quattro associazioni e sedici donne, hanno firmato un ricorso presso il Tribunale Civile di Roma contro i manifesti voluti dalla Regione Lazio nell’ambito della campagna “dalla parte delle donne”, contro la violenza domestica e di genere. Milioni di donne vittime di milioni di mezzi uomini carnefici, dicevano i manifesti, ai tempi affissi ovunque a Roma e oggi ancora presenti sul sito dell’ente regionale. Numeri che non ci tornavano, così come la proporzione di “una donna su tre” vittima di violenza. Una comunicazione che ha fatto sentire oltraggiato un gran numero di persone. Abbiamo fatto dunque ricorso, raccogliendo firme e denari necessari, fiduciosi nella nostra posizione ma soprattutto nella giustizia.
> > Statistiche ufficiali e Convenzione di Istanbul alla mano, con l’avvocato incaricato abbiamo allora depositato un ricorso dove, citando studi e dati internazionali e nazionali, si smentivano tanto le premesse quanto il messaggio stesso dei manifesti, ritenuto offensivo, discriminatorio, sessista e lesivo della dignità degli uomini. In risposta, la difesa della Regione Lazio si è imperniata essenzialmente sull’indagine campionaria ISTAT del 2014 relativa alla violenza sulle donne, che da sola (così ha replicato) giustificherebbe un messaggio “forte” come quello veicolato dai manifesti.
> > logo_telefono-rosaA dirimere il contenzioso è arrivata ieri la sentenza, firmata dalla giudice Cecilia Pratesi: ricorso respinto, con motivazioni che fanno accapponare la pelle, sia sul piano giuridico che su quello della giustizia spicciola. “L’espressione mezzi uomini”, scrive la giudice, “è riservata non già al genere maschile in quanto tale, ma agli autori di violenza”. Peccato che quell’espressione si accompagni a una generica quanto falsa quantificazione di “milioni” di uomini. Ma anche su questo la giudice Pratesi ha una spiegazione: “che la campagna sia fondata su una rappresentazione iperbolica dei numeri della violenza di genere […] non risulta di per sé lesivo della dignità del mondo maschile, se si considera il contesto della comunicazione, costituita pur sempre da un messaggio pubblicitario, che tollera dunque l’utilizzo di esagerazioni”. Oltre a questo, si spiega, il contenuto dei manifesti non vuole attirare l’attenzione sulle statistiche, ma sul numero del Telefono Rosa. Il fatto è che noi contestavamo non il cosa venisse pubblicizzato (Telefono Rosa) ma il come. Anche alla luce del fatto che precedenti réclame del 1522 mai si erano basate sulla denigrazione dell’uomo e infatti non avevano suscitato alcuna polemica.
> > In ogni caso, la giudice ammette che parlare di milioni di donne vittime di violenza è iperbolico, cioè fasullo. Ma in questo modo passa il concetto che in Italia si possa liberamente e pubblicamente oltraggiare e discriminare intere categorie di persone, purché ciò avvenga in un contesto di “pubblicità progresso”, le cui finalità giustifichino anche contenuti totalmente falsi. In sostanza sarebbe conforme alla legge se domani il Ministero della Sanità facesse una pubblicità progresso per le vaccinazioni comunicando: “se non vi vaccinerete morirete tutti come mosche, a milioni”, perché è necessario tutelare i non vaccinati (mentre è irrilevante se si crea panico). O ancora se la Regione Sicilia pubblicizzasse: “un siciliano su tre è un mafioso, digli di smettere” (mentre è irrilevante se si diffonde un senso di sfiducia verso il prossimo), e così via.
> > Questo articolo è il frutto del lavoro volontario e gratuito dell’autore. Se vuoi aiutarlo contribuendo al mantenimento del blog e alla diffusione dei suoi contenuti, fai una donazione tramite bonifico o PayPal. Grazie!
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> > Non solo: i manifesti, dice la giudice Pratesi, vogliono solo pubblicizzare il 1522, non le statistiche. Peccato che queste siano la premessa del messaggio pubblicitario, cosa ammessa dalla stessa difesa della Regione Lazio. Inspiegabilmente la giudice non ha tenuto minimamente conto di questo aspetto, né dei dati ufficiali che smentiscono l’indagine campionaria ISTAT del 2014, né dell’ampia letteratura scientifica che abbiamo portato per dimostrare quanto divisivi e discriminatori fossero quei manifesti. Quella portata avanti, inoltre, era un’azione inibitoria preventiva. L’intento nostro era avvisare che quella campagna poteva portare dei danni. Eppure la giudice dice che di danni non ce ne sono e quelli portati a testimonianza non sono provati. Un po’ come gridare: “oh, stai per investirmi con la macchina!” e sentirsi rispondere: “be’, fammi vedere le ferite…!”. Tutto molto incomprensibile, ancor più perché in quella fase non è proprio previsto l’ascolto dei ricorrenti.
> > Oltre il danno, c’è poi la beffa: nella sentenza la giudice non solo dice di ritenere che non ci sia nulla di discriminatorio o offensivo in quei manifesti. Addirittura sostiene che il problema sia il “disappunto di tipo prevalentemente idiosincratico” dei ricorrenti. In sostanza è colpa nostra, che leggiamo con ripugnanza esasperata (questa è l’idiosincrasia) il messaggio esplicito e implicito dei manifesti. Siamo ipersensibili, insomma. Un ragionamento che però non vale quando la contestazione riguarda réclame che volgarizzano la figura femminile o discriminano sulla base di altri fattori. Lì non è idiosincrasia ma protesta sacrosanta contro la discriminazione e il vissuto individuale di chi si sente offeso in quei casi vale eccome. Diciamo pure in tutti i casi tranne che per gli uomini. Si tratta insomma di un doppio standard inaccettabile, che conferma il trend nazionale secondo cui si può tranquillamente insultare e oltraggiare la figura maschile e paterna senza che ciò comporti alcun tipo di conseguenze.
> > logo_mdCi sarebbe la possibilità di impugnare l’ordinanza. Cosa che però non faremo. Il messaggio della giudice Pratesi è arrivato forte e chiaro nel momento in cui ha deciso di liquidare le spese processuali a nostro carico in più di 11.500 euro. Di fatto, esercitando la propria discrezionalità, ha applicato i massimali di una causa arrivata in procedimento, sebbene in realtà non si sia svolta nemmeno una fase del procedimento stesso. In questo senso il messaggio è facile da interpretare: non ci riprovate, la narrazione dominante non si tocca. E a dircelo, va detto per dovere di cronaca, è un’attivista della corrente di sinistra dei giudici, la nota “Magistratura Democratica”.
> > E’ una grave sconfitta per la giustizia, prima ancora che per noi, e non sorprenderà di vedere questa sentenza analizzata criticamente nelle maggiori riviste giuridiche nazionali e internazionali. Per noi è solo la conferma che esiste un blocco verso i diritti civili degli uomini, radicato molto più di quanto si immagini. Per noi è la perdita definitiva dell’innocenza con cui guardavamo all’intera questione. La bastonata è sonora, indubbiamente, ma non è e non sarà un punto terminale. Anzi è esattamente il punto da cui partire. Perché una giustizia così riguarda non solo gli uomini o i padri o le donne che hanno una visione lucida della realtà. Una giustizia amministrata così riguarda tutti, nessuno escluso
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Viviamo in una società ginocentrica"Se tutti facessero così..."
"La Romania è ricchissima" cit. Dada-
Re: Giudice femmina molto "imparziale"Scritto daNon Autenticatoil 2019-04-11 23:09:54.0 alle 2019-04-11 23:09:54.0Scritto da: Ordine
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> > > Qualche mese fa c’è stata, a partire da questo blog, una mobilitazione straordinaria. In centodiciotto, di cui quattro associazioni e sedici donne, hanno firmato un ricorso presso il Tribunale Civile di Roma contro i manifesti voluti dalla Regione Lazio nell’ambito della campagna “dalla parte delle donne”, contro la violenza domestica e di genere. Milioni di donne vittime di milioni di mezzi uomini carnefici, dicevano i manifesti, ai tempi affissi ovunque a Roma e oggi ancora presenti sul sito dell’ente regionale. Numeri che non ci tornavano, così come la proporzione di “una donna su tre” vittima di violenza. Una comunicazione che ha fatto sentire oltraggiato un gran numero di persone. Abbiamo fatto dunque ricorso, raccogliendo firme e denari necessari, fiduciosi nella nostra posizione ma soprattutto nella giustizia.
> > > Statistiche ufficiali e Convenzione di Istanbul alla mano, con l’avvocato incaricato abbiamo allora depositato un ricorso dove, citando studi e dati internazionali e nazionali, si smentivano tanto le premesse quanto il messaggio stesso dei manifesti, ritenuto offensivo, discriminatorio, sessista e lesivo della dignità degli uomini. In risposta, la difesa della Regione Lazio si è imperniata essenzialmente sull’indagine campionaria ISTAT del 2014 relativa alla violenza sulle donne, che da sola (così ha replicato) giustificherebbe un messaggio “forte” come quello veicolato dai manifesti.
> > > logo_telefono-rosaA dirimere il contenzioso è arrivata ieri la sentenza, firmata dalla giudice Cecilia Pratesi: ricorso respinto, con motivazioni che fanno accapponare la pelle, sia sul piano giuridico che su quello della giustizia spicciola. “L’espressione mezzi uomini”, scrive la giudice, “è riservata non già al genere maschile in quanto tale, ma agli autori di violenza”. Peccato che quell’espressione si accompagni a una generica quanto falsa quantificazione di “milioni” di uomini. Ma anche su questo la giudice Pratesi ha una spiegazione: “che la campagna sia fondata su una rappresentazione iperbolica dei numeri della violenza di genere […] non risulta di per sé lesivo della dignità del mondo maschile, se si considera il contesto della comunicazione, costituita pur sempre da un messaggio pubblicitario, che tollera dunque l’utilizzo di esagerazioni”. Oltre a questo, si spiega, il contenuto dei manifesti non vuole attirare l’attenzione sulle statistiche, ma sul numero del Telefono Rosa. Il fatto è che noi contestavamo non il cosa venisse pubblicizzato (Telefono Rosa) ma il come. Anche alla luce del fatto che precedenti réclame del 1522 mai si erano basate sulla denigrazione dell’uomo e infatti non avevano suscitato alcuna polemica.
> > > In ogni caso, la giudice ammette che parlare di milioni di donne vittime di violenza è iperbolico, cioè fasullo. Ma in questo modo passa il concetto che in Italia si possa liberamente e pubblicamente oltraggiare e discriminare intere categorie di persone, purché ciò avvenga in un contesto di “pubblicità progresso”, le cui finalità giustifichino anche contenuti totalmente falsi. In sostanza sarebbe conforme alla legge se domani il Ministero della Sanità facesse una pubblicità progresso per le vaccinazioni comunicando: “se non vi vaccinerete morirete tutti come mosche, a milioni”, perché è necessario tutelare i non vaccinati (mentre è irrilevante se si crea panico). O ancora se la Regione Sicilia pubblicizzasse: “un siciliano su tre è un mafioso, digli di smettere” (mentre è irrilevante se si diffonde un senso di sfiducia verso il prossimo), e così via.
> > > Questo articolo è il frutto del lavoro volontario e gratuito dell’autore. Se vuoi aiutarlo contribuendo al mantenimento del blog e alla diffusione dei suoi contenuti, fai una donazione tramite bonifico o PayPal. Grazie!
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> > > Non solo: i manifesti, dice la giudice Pratesi, vogliono solo pubblicizzare il 1522, non le statistiche. Peccato che queste siano la premessa del messaggio pubblicitario, cosa ammessa dalla stessa difesa della Regione Lazio. Inspiegabilmente la giudice non ha tenuto minimamente conto di questo aspetto, né dei dati ufficiali che smentiscono l’indagine campionaria ISTAT del 2014, né dell’ampia letteratura scientifica che abbiamo portato per dimostrare quanto divisivi e discriminatori fossero quei manifesti. Quella portata avanti, inoltre, era un’azione inibitoria preventiva. L’intento nostro era avvisare che quella campagna poteva portare dei danni. Eppure la giudice dice che di danni non ce ne sono e quelli portati a testimonianza non sono provati. Un po’ come gridare: “oh, stai per investirmi con la macchina!” e sentirsi rispondere: “be’, fammi vedere le ferite…!”. Tutto molto incomprensibile, ancor più perché in quella fase non è proprio previsto l’ascolto dei ricorrenti.
> > > Oltre il danno, c’è poi la beffa: nella sentenza la giudice non solo dice di ritenere che non ci sia nulla di discriminatorio o offensivo in quei manifesti. Addirittura sostiene che il problema sia il “disappunto di tipo prevalentemente idiosincratico” dei ricorrenti. In sostanza è colpa nostra, che leggiamo con ripugnanza esasperata (questa è l’idiosincrasia) il messaggio esplicito e implicito dei manifesti. Siamo ipersensibili, insomma. Un ragionamento che però non vale quando la contestazione riguarda réclame che volgarizzano la figura femminile o discriminano sulla base di altri fattori. Lì non è idiosincrasia ma protesta sacrosanta contro la discriminazione e il vissuto individuale di chi si sente offeso in quei casi vale eccome. Diciamo pure in tutti i casi tranne che per gli uomini. Si tratta insomma di un doppio standard inaccettabile, che conferma il trend nazionale secondo cui si può tranquillamente insultare e oltraggiare la figura maschile e paterna senza che ciò comporti alcun tipo di conseguenze.
> > > logo_mdCi sarebbe la possibilità di impugnare l’ordinanza. Cosa che però non faremo. Il messaggio della giudice Pratesi è arrivato forte e chiaro nel momento in cui ha deciso di liquidare le spese processuali a nostro carico in più di 11.500 euro. Di fatto, esercitando la propria discrezionalità, ha applicato i massimali di una causa arrivata in procedimento, sebbene in realtà non si sia svolta nemmeno una fase del procedimento stesso. In questo senso il messaggio è facile da interpretare: non ci riprovate, la narrazione dominante non si tocca. E a dircelo, va detto per dovere di cronaca, è un’attivista della corrente di sinistra dei giudici, la nota “Magistratura Democratica”.
> > > E’ una grave sconfitta per la giustizia, prima ancora che per noi, e non sorprenderà di vedere questa sentenza analizzata criticamente nelle maggiori riviste giuridiche nazionali e internazionali. Per noi è solo la conferma che esiste un blocco verso i diritti civili degli uomini, radicato molto più di quanto si immagini. Per noi è la perdita definitiva dell’innocenza con cui guardavamo all’intera questione. La bastonata è sonora, indubbiamente, ma non è e non sarà un punto terminale. Anzi è esattamente il punto da cui partire. Perché una giustizia così riguarda non solo gli uomini o i padri o le donne che hanno una visione lucida della realtà. Una giustizia amministrata così riguarda tutti, nessuno escluso
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> > > https://stalkersaraitu.com/criminalizzare-gli-uomi...
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> > Un commento dice esattamente quel che stavo per rispondere:
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> > Non dobbiamo partire da cause.
> > Mi sembra che le campagne stampa siano piu’ efficaci.
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> Viviamo in una società ginocentrica
Nella testa di troppe persone c'è il ragionare seguendo la moda invece della logica. La logica vorrebbe l'uguaglianza fra uomo e donna, la moda spinge a pensare che vi sia una permanente insufficienza di diritti per le donne e perciò ad aggiungerne continuamente, fino a farne dei privilegi.
Il caso della causa finita nel torto perché il giudice è una donna, che ha anche rincarato la dose con le spese processuali, meriterebbe maggior risonanza ma nessun mezzo di comunicazione importante lo fa per non apparire sessista. Il titolare del blog e i suoi colaboratori dovrebbero iniziare a bombardare l'opinione pubblica a tappeto con lettere e ogni altra forma di protesta, e mentre ci sono anche ricorrere in appello.
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Re: Giudice femmina molto "imparziale"Scritto daRick SanchezWakkus Horribilisil 2019-04-11 17:36:42.0 alle 2019-04-11 17:36:42.0Trollate totali: 4275Scritto da: Ordine
> Qualche mese fa c’è stata, a partire da questo blog, una mobilitazione straordinaria. In centodiciotto, di cui quattro associazioni e sedici donne, hanno firmato un ricorso presso il Tribunale Civile di Roma contro i manifesti voluti dalla Regione Lazio nell’ambito della campagna “dalla parte delle donne”, contro la violenza domestica e di genere. Milioni di donne vittime di milioni di mezzi uomini carnefici, dicevano i manifesti, ai tempi affissi ovunque a Roma e oggi ancora presenti sul sito dell’ente regionale. Numeri che non ci tornavano, così come la proporzione di “una donna su tre” vittima di violenza. Una comunicazione che ha fatto sentire oltraggiato un gran numero di persone. Abbiamo fatto dunque ricorso, raccogliendo firme e denari necessari, fiduciosi nella nostra posizione ma soprattutto nella giustizia.
> Statistiche ufficiali e Convenzione di Istanbul alla mano, con l’avvocato incaricato abbiamo allora depositato un ricorso dove, citando studi e dati internazionali e nazionali, si smentivano tanto le premesse quanto il messaggio stesso dei manifesti, ritenuto offensivo, discriminatorio, sessista e lesivo della dignità degli uomini. In risposta, la difesa della Regione Lazio si è imperniata essenzialmente sull’indagine campionaria ISTAT del 2014 relativa alla violenza sulle donne, che da sola (così ha replicato) giustificherebbe un messaggio “forte” come quello veicolato dai manifesti.
> logo_telefono-rosaA dirimere il contenzioso è arrivata ieri la sentenza, firmata dalla giudice Cecilia Pratesi: ricorso respinto, con motivazioni che fanno accapponare la pelle, sia sul piano giuridico che su quello della giustizia spicciola. “L’espressione mezzi uomini”, scrive la giudice, “è riservata non già al genere maschile in quanto tale, ma agli autori di violenza”. Peccato che quell’espressione si accompagni a una generica quanto falsa quantificazione di “milioni” di uomini. Ma anche su questo la giudice Pratesi ha una spiegazione: “che la campagna sia fondata su una rappresentazione iperbolica dei numeri della violenza di genere […] non risulta di per sé lesivo della dignità del mondo maschile, se si considera il contesto della comunicazione, costituita pur sempre da un messaggio pubblicitario, che tollera dunque l’utilizzo di esagerazioni”. Oltre a questo, si spiega, il contenuto dei manifesti non vuole attirare l’attenzione sulle statistiche, ma sul numero del Telefono Rosa. Il fatto è che noi contestavamo non il cosa venisse pubblicizzato (Telefono Rosa) ma il come. Anche alla luce del fatto che precedenti réclame del 1522 mai si erano basate sulla denigrazione dell’uomo e infatti non avevano suscitato alcuna polemica.
> In ogni caso, la giudice ammette che parlare di milioni di donne vittime di violenza è iperbolico, cioè fasullo. Ma in questo modo passa il concetto che in Italia si possa liberamente e pubblicamente oltraggiare e discriminare intere categorie di persone, purché ciò avvenga in un contesto di “pubblicità progresso”, le cui finalità giustifichino anche contenuti totalmente falsi. In sostanza sarebbe conforme alla legge se domani il Ministero della Sanità facesse una pubblicità progresso per le vaccinazioni comunicando: “se non vi vaccinerete morirete tutti come mosche, a milioni”, perché è necessario tutelare i non vaccinati (mentre è irrilevante se si crea panico). O ancora se la Regione Sicilia pubblicizzasse: “un siciliano su tre è un mafioso, digli di smettere” (mentre è irrilevante se si diffonde un senso di sfiducia verso il prossimo), e così via.
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> Non solo: i manifesti, dice la giudice Pratesi, vogliono solo pubblicizzare il 1522, non le statistiche. Peccato che queste siano la premessa del messaggio pubblicitario, cosa ammessa dalla stessa difesa della Regione Lazio. Inspiegabilmente la giudice non ha tenuto minimamente conto di questo aspetto, né dei dati ufficiali che smentiscono l’indagine campionaria ISTAT del 2014, né dell’ampia letteratura scientifica che abbiamo portato per dimostrare quanto divisivi e discriminatori fossero quei manifesti. Quella portata avanti, inoltre, era un’azione inibitoria preventiva. L’intento nostro era avvisare che quella campagna poteva portare dei danni. Eppure la giudice dice che di danni non ce ne sono e quelli portati a testimonianza non sono provati. Un po’ come gridare: “oh, stai per investirmi con la macchina!” e sentirsi rispondere: “be’, fammi vedere le ferite…!”. Tutto molto incomprensibile, ancor più perché in quella fase non è proprio previsto l’ascolto dei ricorrenti.
> Oltre il danno, c’è poi la beffa: nella sentenza la giudice non solo dice di ritenere che non ci sia nulla di discriminatorio o offensivo in quei manifesti. Addirittura sostiene che il problema sia il “disappunto di tipo prevalentemente idiosincratico” dei ricorrenti. In sostanza è colpa nostra, che leggiamo con ripugnanza esasperata (questa è l’idiosincrasia) il messaggio esplicito e implicito dei manifesti. Siamo ipersensibili, insomma. Un ragionamento che però non vale quando la contestazione riguarda réclame che volgarizzano la figura femminile o discriminano sulla base di altri fattori. Lì non è idiosincrasia ma protesta sacrosanta contro la discriminazione e il vissuto individuale di chi si sente offeso in quei casi vale eccome. Diciamo pure in tutti i casi tranne che per gli uomini. Si tratta insomma di un doppio standard inaccettabile, che conferma il trend nazionale secondo cui si può tranquillamente insultare e oltraggiare la figura maschile e paterna senza che ciò comporti alcun tipo di conseguenze.
> logo_mdCi sarebbe la possibilità di impugnare l’ordinanza. Cosa che però non faremo. Il messaggio della giudice Pratesi è arrivato forte e chiaro nel momento in cui ha deciso di liquidare le spese processuali a nostro carico in più di 11.500 euro. Di fatto, esercitando la propria discrezionalità, ha applicato i massimali di una causa arrivata in procedimento, sebbene in realtà non si sia svolta nemmeno una fase del procedimento stesso. In questo senso il messaggio è facile da interpretare: non ci riprovate, la narrazione dominante non si tocca. E a dircelo, va detto per dovere di cronaca, è un’attivista della corrente di sinistra dei giudici, la nota “Magistratura Democratica”.
> E’ una grave sconfitta per la giustizia, prima ancora che per noi, e non sorprenderà di vedere questa sentenza analizzata criticamente nelle maggiori riviste giuridiche nazionali e internazionali. Per noi è solo la conferma che esiste un blocco verso i diritti civili degli uomini, radicato molto più di quanto si immagini. Per noi è la perdita definitiva dell’innocenza con cui guardavamo all’intera questione. La bastonata è sonora, indubbiamente, ma non è e non sarà un punto terminale. Anzi è esattamente il punto da cui partire. Perché una giustizia così riguarda non solo gli uomini o i padri o le donne che hanno una visione lucida della realtà. Una giustizia amministrata così riguarda tutti, nessuno escluso
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> https://stalkersaraitu.com/criminalizzare-gli-uomi...
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Ai liberali la realtà non importa, tutto quello che interessa loro è la loro ideologia. Se devono mentire o anche distruggere l'intero loro gruppo sociale ed etnico per portare avanti i loro deliri lo faranno senza pensarci sopra due volte.
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