Alla sezione Teodolinda di Dolzago, provincia di Lecco, virilmente lo amano. Perché, come spiega il suo sito internet, si è fatto una casa delle vacanze nella Valle San Martino «con la vista che si apre su Pontida». Perché del luogo sacro ai leghisti dice di aver «l?onore di essere il senatore». Perché un giorno sfidò Nicola Mancino, che lo espelleva dall?aula per intemperanze: «Mi venga a prendere lei!». Perché nel gennaio del 2000, come ha ricordato Mario Calabresi sulla «Stampa», «riuscì nell?impresa di far chiudere Palazzo Madama per due giorni ?causa neve?. Non aveva nevicato a Roma, dove splendeva il sole, ma in Padania». Perché nel ?95 bruciò in un braciere eretto in piazza Garibaldi, a Lecco, così come aveva ordinato il capo, il suo concordato fiscale. E insomma: perché è sempre stato il più allineato, obbediente, ortodosso di tutti.
Pronto a bollare come «fascista» la legge usata dalla magistratura per indagare Umberto Bossi, reo d?aver detto «ho ordinato un camion a rimorchio di carta igienica tricolore» e insieme pronto a invocarla contro una professoressa di Oggiono, provincia di Lecco, che aveva fatto correggere ai suoi alunni la parola «Padania» trovata nel testo di geografia con «pianura padana». Presentò, sul tema, anche un?interrogazione parlamentare all?allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer per sapere «se non intenda adottare azioni che garantiscano una serena educazione degli studenti senza intimidazioni politiche» visto che si era trattato di «boicottaggio della coscienza padana».
Laureato in ingegneria al Politecnico di Milano, dove oggi è docente di «elementi di controllo del rumore negli edifici», specialista di acustica, impegnato per anni con il figlio Gabriele nello studio dell?«abbattimento elettronico del rumore», titolare di una società per il rilascio di certificazioni e omologazioni Cee, ha per la sua materia una passione tale che bacchettava aspramente Mancino perché suonava la campanella troppo vicino al microfono. Odiando l?eccesso di decibel, fa tutte le sue sparate col silenziatore.
Se dice che Amato gli «ricorda Hitler quando ordinò di bruciare Parigi di fronte all?avanzata dei liberatori, durante la seconda guerra mondiale», lo sussurra. Se denuncia il «Codice penale in vigore antilibertario e antidemocratico che nega in larga parte ai cittadini la facoltà di esercitare appieno la propria libertà», lo borbotta. Se inveisce contro «l?Unione Sovietica europea dei tecnocrati senza volto, della droga libera, della famiglia omosessuale», abbassa la voce.
Dotato di un orecchio sensibilissimo, è in grado di cogliere il fracasso di una foglia d?acero che si posa al suolo. Una sola volta non ha sentito niente. La notte che fece visita alla caserma di Bolzaneto, nelle ore più dure dei giorni maledetti di Genova e del G8, senza avvertire una botta di manganello, un pianto disperato, un urlo di dolore... Chiese anzi di testimoniare: «Posso dire di non aver visto e sentito niente». Povero «Fernando», mai una volta che lo tengano al corrente...
Senza contare che:
http://www.cosinrete.it/2004_04/cosinrete1899_09.h... 
Da un servizio di Alessandro Cappi in ?Corriere della Sera? del 18/03/04, leggiamo:
?Salta e sorride, il ministro della Giustizia Roberto Castelli.
Sole primaverile, piazza Montecitorio, primo pomeriggio.
I giovani padani, molti in camicia verde, con i cartelli «Roma ladrona» e di insulti al vicepremier Fini, cantano un motivetto da stadio.
Ma stavolta, nel coro, non c'è né l'Inter né la Roma.
«Chi non salta italiano è, / Chi non salta italiano è».
Al centro della scena, Roberto Castelli.
Salta, sorride e batte le mani.
E? la questione universitaria - «basta di pagare per le borse di studio a extracomunitari e studenti del sud» - che ha convinto i giovani leghisti a raggiungere la «città nemica»...,
...I duecento «giovani padani», ignari delle polemiche, continuano a cantare,
Spesso, cori da stadio.
Alcuni, inqualificabili:
«Il 25 aprile/è nata una puttana/l'hanno/chiamata/Repubblica italiana».
Oppure:
«Abbiamo un sogno in cuore, bruciare il tricolore».
«Clandestini a casa Casini».
Con variante
«Clandestini in Vaticano»