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Proc di Catania
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Non Autenticato
il 2008-01-28 00:08:00.0 alle 2008-01-28 00:08:00.0
Il cervello del pedofilo
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/sci...


La pedofilia lascia tracce profonde, forse indelebili, nella psiche di un bambino. Se il pedofilo ne avesse una pur vaga consapevolezza riuscirebbe a controllare l’impulso sessuale? Spesso l’unica forma di empatia che prova nei confronti delle emozioni degli altri consiste nell’individuare la vittima idonea tra le tante potenziali e manovrarla in modo da favorire le molestie sessuali. E’ possibile aumentare il livello di empatia del pedofilo in modo che eviti le ricadute? O addirittura ne prevenga gli abusi? Alcuni anni fa, William Pithers, psicologo del carcere del Vermont, ha messo a punto un programma di trattamento di soggetti in carcere per abusi sessuali su minori: i molestatori leggono resoconti e filmati di crimini simili ai propri, descritti dal punto di vista della vittima. Poi, durante la drammatizzazione dell’evento nella terapia di gruppo, devono immedesimarsi nel ruolo del bambino violato. Dopo il rilascio coloro che si erano sottoposti al programma ripetevano il crimine in misura dimezzata rispetto a chi non lo aveva seguito. Ma si tratta di un processo di maturazione emotiva lungo e complesso e lo stesso Pithers si è reso conto che spesso si preferisce optare da ambo le parti - paziente e terapeuta - per misure più intrusive di trattamento, come la castrazione chimica, se si vuole che il pedofilo sia messo subito e in modo definitivo in condizione di non nuocere.

Occorreranno ancora anni di ricerche per comprendere i meccanismi neurobiologici che portano alla pedofilia. Di certo sappiamo dalle interviste-confessioni di alcuni pedofili dove e come il pedofilo sceglie la sua vittime: spesso si insinua, per lavoro o per diletto, in ambienti frequentati da bambini (asili, scuole, ambienti ricreativi per l’infanzia, cori di chiese, corsi di musica, di pittura, etc) e predilige gli individui più vulnerabili appartenenti a famiglie disagiate o disgregate, con scarsa protezione sociale. Quindi è in questi luoghi e su questi soggetti che bisogna prestare la massima attenzione con programmi preventivi mirati ad aiutare l’infanzia e le famiglie.

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