il brano che riporto racconta di alcuni fatti accaduti durante la difesa della
Sicilia, quando Ruzzin operava con i Me 109G, in seno alla 154° Squadriglia del 3° Gruppo
Autonomo Diavoli Rossi della Regia Aeronautica.
"Il giorno 29, si verificò quello che vorrei definire il mio più bel combattimento.
Erano le 14.30, sotto un sole cocente, dentro l'abitacolo, pronti all'immediato decollo,
sguardo fisso alla collina, col solo il tettuccio aperto. I motoristi, costantemente accovacciati
sull'ala del mio Me 109 Gustav vicino alla manovella, pronti all'avviamento del motore. Partito il
razzo rosso dalla collina, decollammo in tre, tra la fila di aerei bruciati, senza allinearci sulla
pista in terra battuta, di traverso al campo, a ventaglio. Via radio ci comunicarono la presenza
di numerosi caccia su Gela. Dissi fra me: «Finalmente ci siamo!».
Salimmo in direzione della costa e ci mescolammo ai Messerschmitt del reparto tedesco
di Fontanarossa. Subito dopo quaranta caccia di tre bandiere diverse, germanica,
italiana e inglese, evoluivano in una disordinata giostra, simile a una sciamata di vespe arrabbiate.
Ogni pilota era impegnato in singolar tenzone; in quella bolgia ebbi modo di inquadrare uno Spitfire impennatosi per sottrarsi ai colpi di un tedesco. Sparai in picchiata, ma il notevole rinculo del cannoncino da 20 mm, la brevità della raffica e la necessità di virare per non finirgli addosso, mi impedirono di constatarne gli effetti, infatti detti uno strattone di quelli
che provocano i baffi di rarefazione alle estremità delle ali. Sempre evoluendo, non ebbi
tempo di tirare una boccata di ossigeno che un crepitio a lato mi fece trasalire. Ero sotto tiro di uno Spitfire in coda. Situazione tragica, difficile toglierselo di dietro. Ricorsi allora a quella disperata manovra che in altri cieli fortuitamente mi salvò: lo stallo d'alta velocità con autorotazione. I G si sprecarono, vidi nero, perdetti un po' di quota, ma costrinsi l'avversario, sorpreso, a sorpassarmi. Recuperai l'aereo e, ancora barcollante, tentai col muso in su di colpire il mio avversario sprecando munizioni; in quella fase critica era impossibile ottenere un
risultato. Ben presto, più alto e in velocità, mi riprese alle spalle. Il gioco aveva ormai una
regola e il duello ci doveva impegnare fino al suo epilogo. Nessuno dei due desistette dalle
incessanti acrobazie per togliersi l'altro dalla coda.
Non saprò mai dire quanto durò questo carosello di morte. Intanto lo spazio sotto di noi si faceva sempre più sottile. Poi, solo la dura terra. Ma qualcosa avvenne nell'ultima fase: stringendo pazzamente la cloche, riuscii a guadagnare un'angolazione dalla quale tentare l'ultima occasione, era inquadrato nel collimatore. Mirai, premetti il pulsante delle armi... niente. Non partì un solo colpo, avevo finito le munizioni. Allora vidi lo Spitfire proseguire avanti diritto, guadagnando quota senza più manovrare. D'istinto, pensai che anche lui fosse nelle mie stesse condizioni. Ora
non eravamo più avversari, ma soltanto due aviatori. Mi avvicinai cautamente sino a portare
l'estremità della mia ala sinistra quasi a contatto con la sua. Non si scompose. Tutto ciò, come si trattasse di una normale esercitazione di pattuglia acrobatica del tempo di pace.
Ci guardammo e reciprocamente sentimmo il desiderio di vederci a viso scoperto:
ambedue ci togliemmo la mascherina dell'ossigeno e tirammo indietro gli occhiali da
volo. Ora ci vedemmo perfettamente: io avevo i baffetti scuri, lui quei baffi morbidi, con le
punte in giù, biondi, tipici dello sportman inglese. Entrambi, nel modo più naturale, con
un gesto della mano ci salutammo.
Poi rompemmo la singolare coppia; lui con una virata in cabrata a sinistra si diresse verso
Malta, io, in scivolata d'ala a destra, puntai il campo di Comiso già in vista. Nei pochi minuti che precedettero l'atterraggio provai un senso d'indicibile gioia, tirai un profondo
respiro e m'invase un'intensa soddisfazione, quella stessa che l'uomo onesto prova dopo
aver fatto una buona azione. Tre ore dopo, ridecollai su allarme ingaggiando un altro accanito combattimento ancora con gli Spitfire. Altre evoluzioni, altre raffiche per dare
morte o per subirla. Nella mischia colpii uno di loro, lo seguii per qualche istante in una
caduta senza dubbio non controllata, quasi a picco, ma non vidi l'urto contro il suolo, poi
concentrai tutta la mia attenzione per guardarmi le spalle. Non era necessario perché
non vidi più nessuno. Era il tramonto. Tornando all'atterraggio mi chiesi se quello appena
colpito poteva essere proprio lui."
Sicilia, quando Ruzzin operava con i Me 109G, in seno alla 154° Squadriglia del 3° Gruppo
Autonomo Diavoli Rossi della Regia Aeronautica.
"Il giorno 29, si verificò quello che vorrei definire il mio più bel combattimento.
Erano le 14.30, sotto un sole cocente, dentro l'abitacolo, pronti all'immediato decollo,
sguardo fisso alla collina, col solo il tettuccio aperto. I motoristi, costantemente accovacciati
sull'ala del mio Me 109 Gustav vicino alla manovella, pronti all'avviamento del motore. Partito il
razzo rosso dalla collina, decollammo in tre, tra la fila di aerei bruciati, senza allinearci sulla
pista in terra battuta, di traverso al campo, a ventaglio. Via radio ci comunicarono la presenza
di numerosi caccia su Gela. Dissi fra me: «Finalmente ci siamo!».
Salimmo in direzione della costa e ci mescolammo ai Messerschmitt del reparto tedesco
di Fontanarossa. Subito dopo quaranta caccia di tre bandiere diverse, germanica,
italiana e inglese, evoluivano in una disordinata giostra, simile a una sciamata di vespe arrabbiate.
Ogni pilota era impegnato in singolar tenzone; in quella bolgia ebbi modo di inquadrare uno Spitfire impennatosi per sottrarsi ai colpi di un tedesco. Sparai in picchiata, ma il notevole rinculo del cannoncino da 20 mm, la brevità della raffica e la necessità di virare per non finirgli addosso, mi impedirono di constatarne gli effetti, infatti detti uno strattone di quelli
che provocano i baffi di rarefazione alle estremità delle ali. Sempre evoluendo, non ebbi
tempo di tirare una boccata di ossigeno che un crepitio a lato mi fece trasalire. Ero sotto tiro di uno Spitfire in coda. Situazione tragica, difficile toglierselo di dietro. Ricorsi allora a quella disperata manovra che in altri cieli fortuitamente mi salvò: lo stallo d'alta velocità con autorotazione. I G si sprecarono, vidi nero, perdetti un po' di quota, ma costrinsi l'avversario, sorpreso, a sorpassarmi. Recuperai l'aereo e, ancora barcollante, tentai col muso in su di colpire il mio avversario sprecando munizioni; in quella fase critica era impossibile ottenere un
risultato. Ben presto, più alto e in velocità, mi riprese alle spalle. Il gioco aveva ormai una
regola e il duello ci doveva impegnare fino al suo epilogo. Nessuno dei due desistette dalle
incessanti acrobazie per togliersi l'altro dalla coda.
Non saprò mai dire quanto durò questo carosello di morte. Intanto lo spazio sotto di noi si faceva sempre più sottile. Poi, solo la dura terra. Ma qualcosa avvenne nell'ultima fase: stringendo pazzamente la cloche, riuscii a guadagnare un'angolazione dalla quale tentare l'ultima occasione, era inquadrato nel collimatore. Mirai, premetti il pulsante delle armi... niente. Non partì un solo colpo, avevo finito le munizioni. Allora vidi lo Spitfire proseguire avanti diritto, guadagnando quota senza più manovrare. D'istinto, pensai che anche lui fosse nelle mie stesse condizioni. Ora
non eravamo più avversari, ma soltanto due aviatori. Mi avvicinai cautamente sino a portare
l'estremità della mia ala sinistra quasi a contatto con la sua. Non si scompose. Tutto ciò, come si trattasse di una normale esercitazione di pattuglia acrobatica del tempo di pace.
Ci guardammo e reciprocamente sentimmo il desiderio di vederci a viso scoperto:
ambedue ci togliemmo la mascherina dell'ossigeno e tirammo indietro gli occhiali da
volo. Ora ci vedemmo perfettamente: io avevo i baffetti scuri, lui quei baffi morbidi, con le
punte in giù, biondi, tipici dello sportman inglese. Entrambi, nel modo più naturale, con
un gesto della mano ci salutammo.
Poi rompemmo la singolare coppia; lui con una virata in cabrata a sinistra si diresse verso
Malta, io, in scivolata d'ala a destra, puntai il campo di Comiso già in vista. Nei pochi minuti che precedettero l'atterraggio provai un senso d'indicibile gioia, tirai un profondo
respiro e m'invase un'intensa soddisfazione, quella stessa che l'uomo onesto prova dopo
aver fatto una buona azione. Tre ore dopo, ridecollai su allarme ingaggiando un altro accanito combattimento ancora con gli Spitfire. Altre evoluzioni, altre raffiche per dare
morte o per subirla. Nella mischia colpii uno di loro, lo seguii per qualche istante in una
caduta senza dubbio non controllata, quasi a picco, ma non vidi l'urto contro il suolo, poi
concentrai tutta la mia attenzione per guardarmi le spalle. Non era necessario perché
non vidi più nessuno. Era il tramonto. Tornando all'atterraggio mi chiesi se quello appena
colpito poteva essere proprio lui."
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■ @ 2009-04-12 19:18:00.0 di Non Autenticato
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■ @ 2009-04-12 19:22:00.0 di nathan71
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