Scritto da
Non Autenticato
il 2010-02-06 14:06:00.0 alle 2010-02-06 14:06:00.0
Di Pietro ministro della Giustizia
Il 6 aprile 2008, vigilia delle ultime elezioni, la
polizia penitenziaria ascolta il boss della
Ndrangheta di Gioia Tauro, Giuseppe Piromalli,
ergastolano al 41-bis, chiacchierare del governo
prossimo venturo con altri detenuti di Cosa Nostra
nellora di socialità nel carcere di Tolmezzo. Piromalli
ha un incubo che gli leva il sonno: che rivinca il
centrosinistra e che stavolta non metta alla Giustizia un
Mastella, ma Di Pietro. Lo dice al medico mafioso
Antonino Cinà e i capimafia Carlo Greco e Paolo Amico
(killer del giudice Livatino): Speriamo che non
facciano ministro della Giustizia Di Pietro, quello è
incorruttibile, è uno come quel Martelli (il Guardasigilli
che nel 1992 inventò il 41-bis, ndr) che ci ha rovinati.E
questo Di Pietro è ancora più pesante. Quando faceva il
giudice sto cornuto condannava tutti senza pietà, figurati
se fa il ministro della Giustizia che cazzo combina. Questo
ci fa uscire dal carcere dentro alla bara. Negli stessi
giorni il figlio di Piromalli e altri amici poi arrestati per
mafia incontravano Marcello DellUtri, noto bibliofilo. Lui
sì, ottimo per la Giustizia. Piromalli aveva ragione. Infatti
Di Pietro non è mai stato né mai sarà ministro della
Giustizia, perché rischierebbe di farla funzionare
davvero: Figurati che cazzo combina sto cornuto. In 15
anni di Seconda Repubblica, se la classe politica non ha
ancora smantellato del tutto il Codice penale, lo
dobbiamo al fattore Di Pietro. Non si contano le volte
che, mentre destra e sinistra erano sul punto di accordarsi
sulle peggiori leggi pro-mafia e pro-corruzione, lex pm
sè messo a urlare e le ha bloccate in extremis. Senza la
concorrenza spietata delle sue truppe raccogliticce, il Pd
avrebbe fatto molto peggio del peggio che è sotto gli
occhi di tutti. Per questo lestablishment lo detesta, per
questo il Corriere lo martella ogni giorno con memorabili
patacche tipo la foto con Contrada o le rivelazioni a
puntate dellavvocato ex dipietrista Mario Di Domenico,
avvocato si fa per dire perché è stato espulso dallO rd i n e
(un Ordine di stomaco talmente forte da non aver ancora
espulso definitivamente Previti, quattro anni dopo le
condanne definitive per corruzione giudiziaria). Il tutto,
si capisce, alla vigilia del congresso dellIdv. Lha detto il
grande Giorgio Bocca laltra sera ad A n n o ze ro : la guerra
infinita a Di Pietro, iniziata nellestate 92 col p o ke r
dassi di Craxi, proseguita con decine di inchieste-farsa a
Brescia sui dossier Gorrini e DAdamo, distillata ancora
un anno fa con le bufale intorno al figlio Cristiano che
aveva addirittura raccomandato un elettricista di Termoli,
e ora giunta alla comica finale con la cena delle beffe, non
è dovuta ai suoi difetti, ai suoi limiti, ai suoi errori. Che
pure sono evidenti e numerosi. E dovuta ai suoi meriti: al
suo ruolo di unica opposizione anti-inciucio, di unica
diga che ha frenato in questi anni la soluzione finale,
limpunità totale per le classi dirigenti (anzi, digerenti).
Ma proprio qui sta lerrore di Di Pietro, anzi la coazione a
ripetere sempre lo stesso errore: ha sottovalutato che, in
casa sua, una leggerezza diventa un crimine da ergastolo,
una pulce diventa un elefante, una pagliuzza diventa una
trave. E ha seguitato a imbarcare di tutto, salvo i
pregiudicati: il che già lo distingue da tutti gli altri partiti,
ma non basta la fedina penale pulita per rendere
affidabile e credibile un partito. Lamentarsi col Tg1 di
Scodinzolini perché lo rincorre con domande del cazzo
su una normalissima cena, mentre censura tutte le
porcate del padrone, è comprensibile ma inutile. Si sa
come vanno le cose e perché. Occorre prenderne atto e
farne tesoro una volta per tutte. Il congresso potrebbe
essere lultima occasione. Quanti personaggini alla Di
Domenico pascolano ancora nellIdv? E quanti
poltronòmani, alla prima astinenza o al primo invito ad
Arcore, sono pronti a vendicarsi come Gorrini e
DAdamo? Meglio cacciarli subito, prima del prossimo
libro o del prossimo dossier.
Travaglio, Il Fatto Quotidiano