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Scritto da
il 2015-01-05 13:43:41.0 alle 2015-01-05 13:43:41.0
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Diete, diete,
L'unica è correre e spalare terra, e avere così tante cose da fare, che ti dimentichi di mangiare.
Oggi sono rientrata nei pantaloni del mare, dopo circa sette anni.
Che finalmente i miei problemi psicologici rispetto a mia madre stiano lentamente mettendosi in ordine e il senso di colpa angosciante e oprimente, dopo sette anni stia iniziando a risolversi?
E' normale che un figlio si senta colpevole per la distruzione della sua famiglia?
Io per esempio dopo la morte di mia madre, se mi ubriacavo andavo fuori di testa, iniziavo a piangere e a gridare che avevo ucciso i miei genitori.
Quando in realtà sono stati i tumori ai polmoni per lui e alla cervice per lei.
Però se considerate che io ho abbandonato la mia terra natale nel 2001, per venire in europa all'università. Mio padre si è amalato e nel 2002 e de partito per un viaggio in sudamerica, senza dire niente a nessuno del suo male. L'abbiamo scoperto nel 2003 perché dei amici hanno chiamato mia madre. E mio fratello è andato a recuperare mio padre, semiparalizzato in Perù. Io curavo la zia e il nonno paterni in Italia, anch'essa affetta di un tumore al cervello comparso a fine del 2002. Appresa la notizia di mio padre mi sono fiondata in Bolivia a curare mio padre, il quale voleva come infermieri solo me e mio fratello. E sollevare un uomo paralizzato non è semplice. Curarlo in casa, sapendo che era malato terminale, con le piaghe di decubito che crescevano. I turni per curarlo, alimentarlo. Un mese di follia assurda, in cui l'unico che ci rideva su era mio padre, prendendoci in giro e citando le favole di Italo Calvino in cui il babbo morente nel cataletto salutava i figli.
Dopo un mese è morto, e noi con lui.
Io sono andata fuorti di testa.
Il no sense della vita, la colpa soffocante per la sua morte, il dolore di qualcuno che credevii eterno, non c'era più.
Non abbiamo fatto in tempo a fargli il funerale alla sua fazenda, che mio nonno di 96 anni in Italia si è lasciato morire, e non sapeva che il figlio era morto in sudamerica. Forse intuiva.
E la crocerossina qui presente, si è rifiondata in Italia ad alleviare le pene della zia zitella paterna che in una settimana era e orfana e senza fratello.
Poi anche lei è partita a fine 2004, dopo avermi fatto presente tutto il suo odio per il mio non essere sangue della famiglia. Facendomi presente che ero di seconda categoria, perché adottata. E mio fratello si dimostrò ben felice di ereditarsi tutti gli averi del nonno. Erano una famiglia brianzola, quella di mio padre.
Nella famiglia milanese di mia madre venne fuori un casino, erano tutti indignati da come mi avevano trattato nella famiglia di mio padre.
Avevo un ragazzo, avevo una casa a Milano, un lavoro, viaggiavo. Tutto si stava sistemando lentamente, il caos nel mio cervello iniziava ad alleviarsi. Quando mia madre nel 2007 arrivo' in Italia con una malattia, operabile, ma dopo un anno di sofferenze, di ospedali, chemioterapie, anche lei è partita. Proprio mentre volavo verso Madrid a prendere la sua adorata nipote che arrivava dalla Bolivia. Un intero giorno all'aeroporto a Madrid in attesa della nipote, piangendo in ogni fottuto angolino dell'aeroporto, ero consapevole che una volta arrivata la morfina dopo sarebbe arrivata la fine da lì a qualche settimana massimo. E mia madre era sotto morfina da un giorno e l'ultima notte aveva passato lamentandosi e piangendo come una disperata, e io li' consapevole che non potevo fare niente. Avevo dimenticato il cellulare a casa di mia nonna e così nessuno poté dirmi che era morta alle otto del mattino. Arrivammo la sera a Milano Linate alle 23:30, l'aereo aveva avuto un ritardo.
All'aeroporto ci dovevano essere solo i miei zii. E invece c'era anche il fazendero.
Quando lo vidi capi che qualcosa non andava bene.
Giorni dopo il funerale, presi la nipote di 14 anni e scappai in Egitto a viaggiare, avevo bisogno di muovermi, di respirare.
Ritornata in europa, decisi che dovevo ritornare in Bolivia, il fazendero disse se mi aspetti un anno vengo pure io.
Lo aspettai, preparai tutto anche i passaporti per i miei quattro amati gatti.
E a febbraio 2010 partimmo tutti e sei per il sudamerica.
Ci persero la gatta di nome Ganja a buenos aires.
In Bolivia mio fratello e mia nipote erano pieni di rancori nei miei confronti.
Perché mia madre mi aveva lasciato la sua casa in città.
Per due anni mi fecero capire che mi sopportavano a malapena, che io ero la stronza interessata. Che io gli avevo portato via qualcosa che era loro.
E io sono cretina, perché tendo sempre a sentirmi colpevole, e poi sono così stupida che finisce che ci credo. E stavo andando in pezzi, fino a quando io e il fazendero ci siamo rifugiati nella fazenda. Allora si poteva respirare meglio. I miei non sopportano il fazendero, dunque qui non vengono mai. Solo mia madre lo adorava in modo assurdo.
Ho abbandonato casa in città alla nipote che va all'università. Nel testamento di mia madre c'era la condizione che la nipote vivesse in casa fino ai 24 anni.
Solo che la nipote era abituata ad avere la serva, sempre, a dire voglio questo e quello arrivava. Completamente l'opposto di come siamo cresciuti io e mio fratello.
Chiedere una caramella ai miei era come insultarli, perché eravamo poveri. Per due anni in città ho fatto anche la serva alla nipote, che ovviamente cresciuta da una nonna nella bamabagia, era pronta a dirti in faccia. - La casa doveva essere mia, tu non ti dovevi mettere in mezzo- a 17 anni.
E domani, finalmente mia nipote si trasferisce, mio fratello si è comprato la villetta in città.
Ovviamente mi incolpano, perché poteva evitare di spendere 140mila dollari per una villa, quando poteva stare a scrocco a casa mia, dove per ogni singolo problema io devo correre dalla campagna in città per sistemare le lagne della nipote o del fratello.
Da due anni in qua li ho mandati a cagare, e nel testamente c'era scritto, che chi vive in casa se ne deve prendere cura, ma loro non voglio spendere, tanto è casa mia, anche se non ci vivo.
Il lemma di mio fratello è, perché devo aiutarti a pagare il guardiano, quando se io non ci fossi lo dovresti pagare lo stesso?
Poi sia lui che la nipote fanno le pulci sulle bollette, noi ci andiamo due o tre volte al mese in casa. E mi pago la meta delle bollette d'acqua e luce. Anche se so, che quando la nipote non c'è le spese nostre sono meno della metà.
Ex direbbe che sono una erbivora. Si forse si.
Ma come dicevo all'inizio, ho sentito che con la mia partenza dalla Bolivia nel 2001, la mia famiglia si è sgretolata. Mia madre era infelice. Secondo mio fratello il dolore che ho dato ai miei venendo nel vecchio continente è stato troppo.
Dovevo rimanere in Bolivia a servire riverire mia madre e mia nipote?, forse sarei fuggita nel viaggio per il sudamerica con mio padre.
Ma io non capisco, i miei genitori hanno passato la vita a leggermi libri, a farmi viaggiare in africa, sudamerica, europa, a dirmi che bisogna conoscere il mondo.
E poi si meravigliano tutti che appena ho finito la scuola io sono partita?.
Nelle favole di Italo Calvino, i ragazzo per poter partire e dimostrare ai suoi che poteva affrontare il mondo, doveva buttare giù di un colpo un albero.
Il mio albero era la nonna a Milano, avrei visssuto in casa sua, aiutandola e in cambio del vitto e alloggio. Mentre mi facevo l'università, avevo i miei lavoretti da studente universitaria. Fino a quando nel novembre alle otto di sera mi chiamano al lavoro per dirmi che mia zia paterna è in ospedale in operazione d'urgenza per un tumore. E che il nonno amato di 96 anni il giorno dopo sarebbe finito in casa di riposo.
Un uomo, che era stravizziato. Che se non aveva il suo gatto sul letto, la sua forchetta, il suo coltello, il suo bicchier di acqu e vino non sapeva vivere.
Portarlo in casa di riposo era ucciderlo. Lo dicevano tutti.
A 20 anni, decisi che no, mio nonno non l'avrebbero portato da nessuna parte. Me ne sarei fatta carico io. Ovviamente speravo che mio fratello, o mio padre sarebbero arrivati in aiuto. E invece no, non è arrivato nessuno. Erano tutti felici che la cretina qui presente avesse preso sotto controllo la situazione, lasciando l'università, la nonna per curare il nonno.
Non me ne pento, però a volte ho pensato che dovevo fregarmene come farebbero la maggioranza dei ventenni. Nessuno mi avrebbe incolpato.
Invece sono andata a buttarmi in una situazione con razzisti brianzoli, che venivano a casa ad aprire le lettere dei conti correnti della zia e del nonno. Poi davano la colpa a me se sparivano venti euro. Quando in realtà quella che usava la retta universitaria e i suoi risparmi del lavoro per pagare le spese di cibo del nonno era la sottoscritta.
Mi hanno insegnato che la famiglia è importante, e che le persone che ami devi curarle.
Tutte palle, insegnare e parlare è facile, agire è ben diverso.
Per fortuna mio nonno era felice, con me e la badante peruviana che arrivo' dopo due settimane. Mio nonno cantava durante il pranzo, e una volta tocco pure il culo alla ragazza peruviana, non so se lo fece lui, o se lei era una menosa. Sono pure riuscita a portarlo camminando sul balcone, mia zia lo teneva segregato come una mommia in camera sua da dieci anni, per il terrore che si ammalasse.
La cultura brianzola di casa di mio padre dettava, -la femmina deve rimanere a casa a curare i genitori, fino alla morte e meglio se zitella.- Così era la tradizione, c'era anche la povera zia Checca, che era rimasta zitella per curare i bisnonni.
Forse anche se mio padre era un rivoluzionario, nel subconscio sperava che io diventassi degna erede del dovere famigliare, sicuramente mio fratello ne era straconvinto.
Ma sono stati scemi, non puoi tirare su una persona e dargli le chiavi del mondo, dirgli che è libera e poi chiedergli di rimetterle nel cassetto e starti vicino per l'eternità.
Mia madre diceva, che l'amore più grande si concretizzava quando eri capace di lasciar andare le persone che ami. In effetti quando ci separammo nel febbraio 2001 non pianse, e nemmeno io. Quando entrai nel gate di transito non guardai indietro, sapevo che se avessi guardato indietro non sarei stata capace di salire sul'aereo. E non me ne pento, è la mia vita, la mia fottuta vita è mia.