Mi sono andato a leggere l'etimologia.
L'intuizione che ho avuto era corretta: la radice è la stessa che conduce alla parola "fallo", o al verbo inglese "to fall".
http://www.etimo.it/?term=fallire
https://www.etymonline.com/word/fall 
Il fallimento è una caduta rovinosa a terra, quindi in un luogo differente da quel dove il progetto doveva realizzarsi. Che fosse erigersi orgogliosamente in piedi o librarsi nel cielo.
E' sul concetto di realizzazione che ragionerei per contrapporre un contrario al fallimento. Qualcosa che va come deve andare.
Un obiettivo è realizzato, oppure è fallito.
Una persona è realizzata, oppure è fallita.
Qua sta la differenza tra aver fallito ed esser falliti. Approfondiamola.
Un obiettivo ha una dimensione definita. Chi lo stabilisce ne accetta i criteri per determinarne la riuscita o meno.
Un buon obiettivo dev'esser realizzabile, cioé deve aver in potenza le caratteristiche per poter esser compiuto. Parafrasando Sun Tsu, il modo migliore per esser certi di raggiungere un obiettivo è assicurarsi la sua riuscita prima ancora di iniziare a perseguirlo.
Sarebbe bello se fosse sempre possibile, ma così non è. Anche la scelta degli obiettivi è un obiettivo, e come tale può essere fallibile.
Ma dalla caduta spesso ci si può rialzare. Ecco perché non bisogna aver paura dei fallimenti. Di esser falliti, invece...
Come si fa a capire se una persona è fallita? Giocando un po' con le parole, possiamo cercar di capire se la stessa si sia realizzata o meno. Ma cosa significa, per una persona, "realizzarsi"?
Vuol dire la trasformazione da potenza in atto. La costituzione nel reale di ciò che è la sua essenza. Beh questo non aiuta molto; chi può dire con certezza e oggettività quale sia il potenziale di un individuo?
Però una cosa è interessante: prendiamo yoda. Il fatto che gli diano sì spesso del fallito implica che i suoi detrattori gli riconoscano un potenziale.
Cosa può fare una determinata persona. Qual è il suo scopo, la sua missione di vita? Che ci sta a fare su sto pianeta?
A differenza di un obiettivo, la missione non necessariamente dev'esser realizzabile. Anzi, è più frequente che non lo sia. E' più frequente sia solo un punto nel cielo verso cui mirare, per far arrivare la propria azione sufficientemente lontano. Qualcun altro poi penserà a passare il testimone ancora più in là.
Quindi come si fa a distinguere tra una persona fallita e una che non lo è, dal momento che è assai probabile che entrambe mancheranno di raggiungere la propria missione?
Secondo me, si può solo valutare quanto ci si sia avvicinati, tenendo conto dei mezzi a disposizione e della difficoltà dell'impresa. Ma meglio un passo in avanti verso una piccola missione, che un passo indietro da una missione imponente.
La cosa che secondo me mette in difficoltà molte persone è proprio la scelta della propria missione. O se vogliamo, lo scopo della loro esistenza. Il senso della loro vita. La loro personale narrativa. Sceglier questa dovrebbe essere fra i primi obiettivi da conquistare, perché se non si sa dove andare si può accelerare quanto si vuole; prima o poi o si inciampa o ci si accorge che bisogna tornar indietro.
Bisogna conoscersi, nei punti di forza e di debolezza, far chiarezza sui propri valori e su cosa si desidera dal profondo, e su come/cosa si possa realisticamente ottenere. Solo allora si saprà dove conviene indirizzare le proprie energie.
Non so, io ad esempio non ho tutta sta chiarezza ancora; ma vorrei lasciare il mondo meglio di come l'ho trovato. Se morissi domani, morirei da fallito. Sto ancora cercando di rimediare ai danni che ho fatto finora. Ciò che non mi fa sentir tale, è il fatto che finalmente sto ottenendo dei progressi, seppur lenti.
Alla fine di questo sproloquio non ho conclusioni definitive, ma qualcosa ne abbiamo ricavato:
1) chi ti dà del fallito ti riconosce del potenziale;
2) per essere un fallito devi crepare senza aver realizzato neppure in parte il tuo potenziale;
3) per realizzare il tuo potenziale devi innanzitutti conoscere te stesso.