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il 2001-09-03 16:59:00.0 alle 2001-09-03 16:59:00.0
UN FILM VERITA'
UN FILM VERITA'
A Venezia sbarcano
la politica
e i film verità

di CURZIO MALTESE
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VENEZIA - In una pausa fra uno squartamento e uno stupro, alla mostra di Venezia s'è affacciata la politica e le star hanno lasciato la scena a Vittorio Agnoletto, fotografato, applaudito e inseguito da richieste di autografi come se al Lido fosse arrivato Woody Allen. Si è parlato naturalmente del G8 e, in maniera un po' surreale, di un film che ancora non c'è, quello girato da 33 registi italiani sui fatti di Genova. Il materiale è gigantesco, 290 ore e 570 mila metri di pellicola, in più il coordinatore del montaggio Citto Maselli ha i suoi tempi, come s'è visto anche nell'affollatissimo incontro di ieri. Nel frattempo se ne discute molto.
Si sa che conterrà immagini dure, anche se molte sono già state viste nei telegiornali, e qualche sorpresa a proposito di strani Black Bloc dotati di bandiere celtiche e di buoni rapporti con la polizia. Ma non sarà una Battaglia d'Algeri, grondante sangue, fumo e guerriglia. Al contrario, come si sono affannati a spiegare Citto Maselli e Gillo Pontecorvo, lo sforzo del film è di indagare sulla novità, la vitalità e le ragioni di un movimento «ridotto da un'oscena strategia dei media a una pura questione di ordine pubblico». Francesca Comencini, che ha annunciato di voler fare un ritratto del padre di Carlo Giuliani, forse il vero eroe dei giorni di Genova, ha ricordato che compito dell'arte è «produrre realtà contro l'irrealtà, in questo caso prodotta dall'informazione televisiva». Il film sul G8 sarà quindi «il rovescio di quanto visto finora», centrato sulle proposte dei popoli di Seattle, con grande gioia di Agnoletto «stufo di leggere da un mese lo stesso commento sulla mancanza di proposte del movimento da parte di giornalisti che a Genova naturalmente non c'erano».
La cosa più interessante dell'affollato e lungo incontro è stata che nessuno ha citato una sola volta Berlusconi o un ministro o uno dei leader e partiti, compresi quelli della tentennante sinistra. Segno che si parlava davvero di politica. Soltanto un breve accenno polemico di Agnoletto sulla decisione di spostare il vertice Fao e di confermare quello della Nato («Se il governo ha fatto la scelta immorale di mantenere un incontro dove si parla di scudi stellari e di rimuoverne uno contro la fame nel mondo, abbia almeno la decenza di non tirare in ballo il Social Forum»).
Il ritorno a una politica di ideali da parte di una generazione, pure allevata a botte di talk show e Brunivespa, si vede perfino alla mostra di Venezia, dove il pubblico di ventitrentenni snobba le passerelle dei Vip e i molti film guardoni sugli adolescenti per osannare Ken Loach. I rari appuntamenti politici, contingentati per non disturbare i nuovi manovratori, sono un successo. Lo è stato ieri il film di Marco Bechis sui figli dei desaparecidos argentini, quasi il seguito di Garage Olimpo. Perfino la tostissima retrospettiva sul cinema di Guy Debord attira masse di ragazzi neppure nati nel fatidico ?68, all'uscita della «Società dello Spettacolo». Il massimo di pathos della mostra era stato finora il documentario su Pasolini di Laura Betti, con una sala di giovani in assoluta sintonia, a trent'anni di distantza, con le tesi allora eretiche sull'opposizione fra «sviluppo» e «progresso», il rifiuto dell'omologazione consumistica. Proprio Pasolini, tirato in ballo a sproposito da tanti nei giorni di Genova per assolvere le sacre forze dell'ordine, è una delle vecchie icone del nuovo movimento. Che vogliamo fare? Rimproverare i ragazzi perché s'interessano più degli Scritti Corsari che non delle tesi precongressuali dei Ds, se s'avvicinano al pensiero filosofico di Debord trascurando quello di Rocco Buttiglione?
Ma se dal basso sale la domanda di politica alta, dall'alto si continua serenamente anche a Venezia a praticare manovre sempre più basse. Alcune anche sotterranee, come il gran lavorio della destra in questi giorni per dare il benservito alla «cittadella rossa» della Biennale, impersonata dal presidente Baratta e dal direttore della mostra Barbera. Non si sa bene con quali ragioni, visto che la mostra è fatta bene, è l'ultima grande manifestazione culturale italiana nota nel mondo e non ha mai visto tanto pubblico e tanta stampa internazionale come in questi anni. Ma i fatti non contano. Come non conta chi verrà e per fare che cosa. Finora l'unica candidatura ufficiale è quella di Gabriella Carlucci. Al Lido se ne discute seriamente. A Cannes se qualcuno proponesse come direttore una presentatrice di quiz verrebbe portato via da un'ambulanza, ma è un'altra storia.

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