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Non Autenticato
il 2005-02-15 21:54:00.0 alle 2005-02-15 21:54:00.0
Si pose fin dagli inizi in posizione critica nei confronti del cinema ?dei padri?. Alla fine degli anni Cinquanta, con altri cineasti della sua generazione, fu a capo di un movimento che portò alla rottura dei rapporti con le case produttrici. Esordì nel 1959 con Il quartiere dell'amore e della speranza, cui seguì Racconto crudele della giovinezza.Raggiunse nel 1960 una prima tappa fondamentale con Notte e nebbia del Giappone, un film di acceso e drammatico dibattito politico nell'ambito della sinistra. Nei suoi primi film era forte la necessità di insistere sulle contraddizioni e le tensioni dello stato giapponese del periodo postbellico. Nel 1965 diresse Il godimento, Diario di Yunbogi e, negli anni successivi, Il demone in pieno giorno e Sulle canzoni sconce giapponesi, ma in Europa si rivelò nel 1968 con L'impiccagione.Nel 1969 Il bambino fu presentato alla Mostra di Venezia. Ma assai più forte (come poi si vide nella «personale» completa che la Mostra di Pesaro allestì nel 1971) era il precedente Diario di un ladro di Shinjuku (1968) e sarebbero stati i successiviStoria segreta del dopoguerra dopo la guerra di Tokyo (1970) e La cerimonia (1971), specie di summa della sua attività, distribuito pubblicamente anche in Italia, cui seguì nel 1976 lo «scandaloso» L'impero dei sensi (al quale fu abbinato due anni dopo il più tradizionale L'impero della passione). Il significato di O. nel cinema giapponese è analogo a quello di Godard nel cinema francese. Il suo esame critico (e autocritico) parte da una negazione permanente di sé e della società in cui vive e della quale è erede, da un'aggressione anarchica all'autorità costituita e ai suoi modelli di moralità feudale, da un riconoscimento amaro della generosità e dei limiti, anzi della disfatta delle lotte studentesche, da un rovesciamento polemico del ruolo dell'intellettuale e dell'artista in quello di un inflessibile attentatore e «pericoloso criminale», dal rispondere, beffardamente ma eticamente, all'interrogativo «come vivere» con l'altro «come morire», dal trattare con homour anche un tema forte quale il rapporto tra Eros e Tanatos, dal prendere comunque e sempre partito per le minoranze oppresse e umiliate (donde il valore ricorrente della figura del «coreano» in molti suoi film, compreso La cerimonia). Il cinema di O. è fatto di inquadrature rigorose, essenziali che si soffermano sui volti dei personaggi per cercare di comprendere le emozioni. Inoltre, con la sola forza del racconto il regista cattura gli spettatori alternando momenti sentimentali e di intima riflessione con altri investigativi e di azione. Tra gli altri film, Furyo (1988), presentato a Cannes, Max mon amour (1987), il documentario Kyoto, My Mother's Place (1990) e Tabù-Gohatto (1999), che tratta dell?omosessualità tra i samurai, presentato a Cannes nel 2000, che riporta su pellicola il perfetto sodalizio del regista con l?attore Takeshi ?Beat? Kitano.
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